Post scritto il 17/08/2005

la premessa è quiCantor, il mio capezzino preferito che non mi ha mai perdonato il fatto di averlo criticato in due diversi post, questo e questo (ma che al di là dell’ironia, invito a leggere perché è persona di intelligenza ed il suo blog è spunto per me di serie riflessioni) in un commento al post che Giuseppe Regalzi mi dedica, lo applaude per la bontà dell’approccio scientifico; Cantor purtroppo confonde la scienza con la storia (perché il caso Buttiglione è una ricostruzione storica ancorchè vicina alla cronaca) e non sa che nell’analisi storica (qui l’Anarca veste per un attimo i suoi vecchi panni di storico dell’antichità) i problemi sono essenzialmente due: l’accesso alle fonti e la loro interpretazione. La ricostruzione del “caso Buttiglione” fatta da Giuseppe Regalzi, in polemica con me, ha il merito di utilizzare e menzionare fonti assolutamente oggettive (la trascrizione delle relazioni delle due Commissioni che ascoltarono Buttiglione e rintracciabili nel sito dell’Acton Institute che anche io riporto per correttezza). Il problema di Giuseppe è ovviamente quello di dare a questi testi un’interpretazione assolutamente soggettiva… e quando occorre, di tralasciare parti troppo importanti per essere semplici dimenticanze.

Giuseppe, che come tutti i simpatici talebani scientisti, difetta un po’ di senso dell’ironia e quindi del paradosso, prende troppo sul serio l’immagine inquisitoria che l’Anarca ha usato nel suo commento di 10 righe. E’ evidente che nessuno ha chiesto a Buttiglione se fosse cattolico, se non altro perché, a differenza della stragrande maggioranza di anonimi burocrati che lo hanno giudicato, Buttiglione è un filosofo e un politico ampiamente conosciuto a livello internazionale anche come uno dei consiglieri personali di Giovanni Paolo II con cui almeno 2 volte al mese si vedeva dialogando in perfetto polacco (una della 7 lingue che Buttiglione parla correttamente).

Entrando nel merito del “caso Buttiglione” e delle audizioni che il nostro ex ministro fece nelle due Commissioni (quella Libertà civili e Giustizia e quella Affari giuridici), e che tanto scandalo procurarono, cito l’inizio del resoconto fatto da Giuseppe:

Buitenweg, dei Verdi europei, chiede conto a Buttiglione (2-018) del suo tentativo, nel 2000, di eliminare dalla bozza della Carta Europea dei Diritti Fondamentali ogni riferimento alla condanna della discriminazione contro gli omosessuali, gli contesta alcune dichiarazioni, in cui definiva l’omosessualità «un peccato» e «un segno di disordine morale», e gli ricorda che tra le sue responsabilità come Commissario europeo ci sarebbe anche, guarda caso, la lotta alla discriminazione in base all’orientamento sessuale”.

La risposta di Buttiglione, con la famosa distinzione kantiana tra legge e morale (che Giuseppe riporta con correttezza), non è solo “ineccepibile”, come dice Giuseppe; di più, è una lezione di laicità.

Dice Buttiglione, dopo aver citato Kant: Si possono considerare immorali molte cose che non sono proibite. In politica non rinunciamo al diritto di avere convinzioni morali. Io posso pensare (I may think… cioè ho il diritto di pensare) che l’omosessualità sia un peccato ma questo non ha effetto in politica a meno che io non affermi che l’omosessualità sia un crimine (e infatti lui non lo ha mai affermato) (…).Riterrei una considerazione inadeguata del problema pretendere che tutti siano d’accordo sugli argomenti di tipo morale. Posiamo costruire una comunità di cittadini anche se abbiamo opinioni differenti su alcune questioni morali. Piuttosto l’argomento è la non-discriminazione”.

Poi l’affondo che più chiaro non potrebbe essere: “lo stato non ha alcun diritto di interferire in questi argomenti e nessuno può essere discriminato sulla base dell’orientamento sessuale o dell’orientamento di genere. Questo è stabilito nella Carta dei Diritti dell’Uomo. Questo è stabilito nella Costituzione ed io mi sono impegnato per difendere questa Costituzione”.

Una lezione di laicità e di democrazia che avrebbe dovuto raccogliere applausi ma, che forse, volava troppo in alto per la mediocrità della classe politica europea. Buttiglione divide, distingue, separa irrimediabilmente legge religiosa e diritto. Il diritto, che la politica organizza, deve proibire solo quegli atti che ledono il bene comune e che ovviamente non sempre corrispondono a ciò che vieta la legge religiosa. Buttiglione ha ribadito che l’omosessualità, che per un cattolico è un atto di disordine morale, non può essere vietata da nessuna legge positiva (come invece avviene nei regimi comunisti tanto cari a molti libertari europei o in quelli islamici). Limpido ragionamento che raccoglie oltre 100 anni di riflessioni, dentro quel complesso rapporto che il cristianesimo ha intrecciato con la modernità laica ed illuminista.

Ma l’impegno a difendere una Costituzione approvata secondo regole democratiche, non esime un politico dall’impegnarsi per cambiare ciò che di quella Costituzione non ritiene giusto o valido. Ed è esattamente ciò che ha fatto Buttiglione. Questo diventa però il casus belli, la corda dove Giuseppe e i sacerdoti della nuova religione secolare impiccano il condannato; e cioè il famoso emendamento presentato da Buttiglione nel 2000 nei lavori della Convenzione al Progetto di Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea. In questo emendamento Buttiglione chiede che venga eliminato dall’art.22 (quello che elenca i casi di non-discriminazione) la specifica: “orientamento sessuale”.

Giuseppe prova a ironizzare che forse, a quei tempi, Buttiglione non avesse ancora letto Kant. Non gli viene in mente che è proprio perché ha letto Kant può permettersi di presentare un emendamento del genere. Perché il sigillo di una moderna democrazia sta nel patto che lega ogni cittadino al rispetto della volontà maggioritaria, alla difesa di ciò che la maggioranza decide ma senza abdicare alle proprie convinzioni. Un patto fondante senza il quale una democrazia, all’interno di una società complessa, non può esistere. La distinzione kantiana, a cui si appella Buttiglione, non nega valore alle convinzioni morali, ma traccia una strada che consente, in un mondo sempre più complesso, di conciliare etica e diritto. Un politico può avere le convinzioni morali che vuole, anzi; può cercare anche di affermarle con gli strumenti che la politica offre, ma deve sapere che davanti alla legge dovrà separare il diritto dalla morale a garanzia del bene di tutti, sia di coloro che hanno le sue stesse convinzioni sia di coloro che non le hanno. Dov’è lo scandalo? Ovviamente non c’è.

Al contrario la negazione di Kant e di uno straccio di laicità, sta in quella sottocultura zapatera e laicista che fece dire al premier spagnolo, nella famosa intervista al Time Magazine: “I accept that when an overwhelming majority of citizens says something, they are right”. Legando pericolosamente un principio oggettivo di verità e di giustizia al dominio della maggioranza.

Caro Giuseppe, non mi stupisce Buttiglione, mi stupisce il vostro peloso stupore.

Quella di Buttiglione è stata una lezione di democrazia cui dovrebbero attingere quei politicanti italioti al governo oggi, che in questi mesi hanno svuotato di ruolo e di funzione la sovranità dei due rami del Parlamento, imponendo la fiducia su tutte le questioni d’interesse nazionale o provando a cambiare leggi votate dal Parlamento sovrano con mezzucci burocratici e piccoli imbrogli da bottegai, violentando il “bene comune”.

Durante l’audizione, il deputato inglese Cashman, ritorna sull’argomento dell’emendamento (2-050) e gli domanda nuovamente perché, pur ritenendo che lo Stato non debba intervenire nelle questioni che riguardano l’orientamento sessuale, lui abbia presentato un emendamento che prevedeva di rimuovere l’orientamento sessuale tra i casi di non-discriminazione.
La risposta più semplice sarebbe stata: perché le due cose non c’entrano nulla, caro deputato. Lo Stato non deve intervenire in tantissime questioni che non sono specificate nell’art.22. Ma siccome Buttiglione quest’aria da professorino non se la toglie mai e la sua maledetta pietà cristiana gli impone la pazienza verso gli stolti, prova a spiegare a Cashman quello che Cashman non capirà mai. Dice Buttiglione: “Era un emendamento che diceva che quando definiamo il principio di non-discriminazione, questo principio non è applicato soltanto ad un insieme limitato di casi – quelli che sono enumerati – esso è un principio espansivo che dovrebbe essere applicato anche ai casi differenti. Non credo sia rafforzato con la menzione degli omosessuali in particolare”.
Giuseppe interpreta a suo modo le parole di Buttiglione e dice: “ora riusciamo a capire un po’ meglio cosa voleva dire Buttiglione: il principio di non discriminazione dovrebbe essere applicato non solo ai pochi soggetti enumerati ma diventare invece universale”.
In realtà Giuseppe non ha proprio capito. Buttiglione ha detto un’altra cosa. Ha detto che togliendo la specifica sull’orientamento sessuale, il principio generale non cambia… la definizione di “orientamento sessuale” non rafforza il principio di non-discriminazione di un individuo, quindi perché specificarlo? E’ ovvio perché quella specifica sarà la porta aperta per far entrare a livello europeo questioni che ora sono trattate a livello nazionale (come per esempio il matrimonio omosessuale) e che, secondo Buttiglione, lì devono rimanere per il principio di sussidiarietà che citerà in seguito. Perché è evidente l’imbroglio: confondere l’uguaglianza dei diritti di tutti, con i diritti (o presunti tali) di interesse particolare.
Attenzione perché questa sua affermazione, Buttiglione la ripete dopo rispondendo alla liberale olandese In’Velt. Strano che a Giuseppe sia sfuggita (sarà una manipolazione della fonte?). Dice Buttiglione: “i diritti degli omosessuali dovrebbero essere difesi sulla stessa base dei diritti di tutti gli altri cittadini europei. Se poi ci sono problemi specifici che riguardano gli omosessuali, sono pronto a considerare questi problemi specifici. Se, ad esempio, mi dite che c’è una concentrazione particolare di violenza contro gli omosessuali, allora sono pronto a prendere in considerazione la possibilità di una legislazione speciale per proteggerli da questa violenza e per dare loro le garanzie migliori al loro diritto all’uguaglianza. Ma non accetterei mai l’idea che gli omosessuali siano una categoria a parte e che la difesa dei loro diritti avvenga su basi diverse da quella degli altri cittadini europei”.
Gli omosessuali hanno gli stessi identici diritti di tutti gli altri cittadini europei. Più chiaro di così. Il problema è la rivendicazione di diritti particolari che sottintende quella specifica dell’art.22 su cui Buttiglione ha il sacrosanto diritto di opporsi. Altro che “interpretazione involuta”. E’, al contrario, il tentativo di arginare una forzatura ideologica che prevede di spostare questioni sociali ed etiche fondamentali, dai parlamenti nazionali a quello europeo.
Questa questione diventa chiarissima quando, il giorno dopo, la deputata verde Frassoni chiede a Buttiglione, se nell’ambito del principio di mutuo riconoscimento di cui lui ha parlato “è disposto a intraprendere un’iniziativa che riconosca la libertà di circolazione in questo modo esteso a famiglie anche definite in un modo non propriamente come le definirebbe lei oggi”.
E Buttiglione risponde: “Se la domanda è, se può aspettarsi una direttiva europea che riconosca il matrimonio tra omosessuali la risposta è ovviamente no! Perché l’Unione non definisce il matrimonio. Voi troverete definizioni di altri istituti giuridici all’interno dei documenti della Commissione, ma sembrerà strano, per il matrimonio, non esiste una definizione armonizzata” . La posizione di Buttiglione rispetta perfettamente il principio di sussidiarietà e sconfessa i tentativi di scavalcare le legislazioni nazionali su argomenti che devono coinvolgere i cittadini dei singoli paesi e non imposti nella grigie sale di Bruxelles come vorrebbero i burocrati alla Frassoni.
Andiamo avanti.
Giuseppe continua nel sua personalissima interpretazione e scrive: “Buttiglione si affretta poi ad aggiungere che sì, se fosse dipeso da lui la Costituzione sarebbe stata ben diversa, ma che comunque questa c’è, e a questa si atterrà (e tanti saluti a Immanuel Kant, verrebbe voglia di commentare)”.
In realtà Buttiglione dice una cosa più sottile (altro caso di manipolazione della fonte). Dice, rivolgendosi al laburista Cashman: “Non ho dubbi che se lei avesse scritto la Costituzione da solo, lei avrebbe scritto una differente Costituzione o una differente Carta dei Diritti Umani e se io avessi scritto la Carta dei Diritti Umani e la Costituzione da solo avrei scritto una differente Carta e una differente Costituzione. Ma questa è la Costituzione che abbiamo scritto insieme. Questa è la Costituzione che lega tutti noi”. Altra lezione di laicità; la consapevolezza che ogni dettato costituzionale non è un testo sacro inviolabile ma frutto di una mediazione necessaria tra diversità. Urge reperire testi di Kant per Giuseppe e il sig. Cashman!

E arriviamo alla seduta di Commissione del giorno dopo, con la famosa domanda della deputata socialista McCarthy su quale sarebbe stato l’atteggiamento di Buttiglione se in sede europea fossero state presentate leggi contrarie ai suoi convincimenti morali. Così risponde Buttiglione: “ Se fosse una proposta contraria alle mie convinzioni morali io mi opporrei ed entrerei in dialogo come è normale in una democrazia”. Ovviamente Buttiglione parla di una democrazia laica, non talebana.
Ma qui Giuseppe raggiunge l’apogeo della manipolazione e scrive: “Buttiglione si deve rendere conto che l’ha fatta grossa; chissà, forse si levano dei vivaci bisbigli in aula (la trascrizione tace a questo riguardo)”. Straordinario, un passo degno de l’Unità anni ’50 nelle vignette di Guareschi. Giuseppe è talmente dentro la propria personalissima interpretazione del testo, da avere le allucinazioni e immagina il disgusto e l’indignazione dei poveri deputati europei di fronte a tale protervia. Ecco che il metodo scientifico (???), tanto apprezzato da Cantor, va a farsi friggere.
Noi invece, plachiamo il brusio scandalizzato della sala che fischia solo nelle orecchie di Giuseppe, e andiamo avanti più realisticamente con Buttiglione il quale dà più che altro l’idea di accorgersi di avere davanti dei mentecatti e dice: “non sono sicuro che sia stata capita chiaramente la distinzione tra moralità e legge”. E ha ragione. Non l’hanno proprio capita ma per il semplice motivo che non sono lì per capire.
E allora parte con un’altra lezione di diritto e laicità stra-or-di-na-ria che lasciamo nella versione inglese di Buttiglione: “I believe in freedom and liberty (distinzione che forse in pochi tra quei parlamentari hanno capito), and liberty implies that you cannot impose on others what you consider to be morally right because truth must be the form of the life of the individual person and, if it is imposed, it cannot be the form of his or her life. That is why we must accept that each human being has a right to give form to his own life according to his personal convictions. In many areas these will not have a direct social impact. You have a duty to respect the privacy of the other and you can try to change his opinion through dialogue, but you cannot force him through law, so I hold firmly to my moral convictions”.

Ma è l’intervento finale della Frassoni a chiarire il tutto. Dice la deputata italiana: “nella sua risposta all’onorevole McCarthy è rientrata questa sorta di contraddizione che Lei cercava di sostenere per cui quando uno ha delle convinzioni morali, queste non hanno un impatto sulla politica. E’ evidente che ce l’hanno, come Lei stesso ha detto, perché nel momento in cui ci sarà una proposta che si opporrà ai suoi principi morali, Lei la combatterà come Lei ci ha detto. Quindi questa discussione un pochino retorica che c’è stata, anche per tutto ieri pomeriggio, è in qualche modo rivelata qui oggi, nella sua risposta alla domanda della signora Mac Carthy”.
Un intervento che esprime un giudizio strumentale e non richiesto, che Giuseppe usa per chiudere la “questione Buttiglione”. Peccato che il buon Giuseppe si dimentichi di aggiungere la replica di Buttiglione (altro caso di uso distorto della fonte?). Una replica straordinaria per ironia e capacità evocativa insieme:
“Mi spiace deluderLa, ma io sono una persona non molto intelligente e che ha poche idee nella vita. Per questo mi ci affeziono e cambio difficilmente d’idea. Quello che ho detto io non è affatto in contraddizione con quello che ho detto ieri. Ieri la domanda era: i suoi principi morali Le impediscono di accettare il principio di non discriminazione applicato agli omosessuali? La risposta era: no; i miei principi morali me lo permettono. Mi auguro che Lei, il giorno in cui qualcuno attentasse alla libertà dell’Unione europea, desideri avere un Commissario che in nome dei suoi principi morali si opponga, e questo è ciò che ha sempre alimentato la lotta per la libertà. La lotta per la libertà non è mai stato un fatto soltanto politico, è stata prima di tutto un fatto morale e i suoi colleghi polacchi potrebbero confermarlo con un’esperienza recente”.
Se avessimo le allucinazioni di Giuseppe diremmo che l’aula è scoppiata in un applauso fragoroso ed in vere e proprie ovazioni. Ma sappiamo che non è così…l’applauso e l’ovazione sono solamente le nostre.
In realtà, la Frassoni svela il vero volto di questa deriva laicista: e cioè l’idea che chi ha convinzioni morali (dove per morali s’intende religiose) non è conciliabile con un impegno politico e pubblico.
Uno stato laico non chiede la rimozione dei propri convincimenti religiosi; esige che non vengano imposti agli altri ma non che non si debbano rivendicare in politica. Il principio laico mi dice che io posso provare ad affermare le mie istanze morali con gli strumenti della democrazia… ma, allo stesso tempo, io sono obbligato a rispettare le leggi e a farle rispettare; qui si gioca il mio ruolo pubblico.
La Frassoni svela l’ideologia laicista che vuole invece che la religione si riduca ad un fatto privato. Se sei cattolico o ebreo praticante o mussulmano, non rompere i coglioni, vivi la tua fede nelle 4 mura della tua stanza, nella parrocchietta, in sinagoga, sotto il minareto (e qui sarà da ridere) ma non affacciarti nella res pubblica.
Questa concezione, che incorpora profonda intolleranza e disprezzo, è talmente radicato nei luoghi comuni dei talebani laicisti, che ormai neanche ci fanno più caso all’enormità che scrivono. Nello steso post di Bioetica, che ha dato il via a questa discussione, si legge: “lo Stato è laico e non confessionale, e dunque è inopportuno chi inquina la politica con le proprie credenze (religiose o calcistiche non fa differenza), non chi riafferma la laicità delle istituzioni”. L’idea cioè che le convinzioni religiose siano un inquinamento alla purezza della laicità dello Stato, non un arricchimento; una sorta di “nevrotico ecologismo secolare” che approda ad un umanesimo ateo dove, l’elemento religioso, viene rimosso per decreto… non riuscendo ovviamente a rimuoverlo in altro modo. Un ritorno al volterriano “écrasez l’infame!”… dove ovviamente l’infame è il credente.
Buttiglione rivendica, al contrario un ruolo diverso, lo stesso che rivendica Ratzinger in questa straordinaria intervista del 2004 a Repubblica, dove l’allora cardinale dà una lezione di laicità impareggiabile: Card. cos’è per lei la laicità? “La laicità giusta è la libertà di religione. Lo Stato non impone una religione, ma dà libero spazio alle religioni con una responsabilità verso la società civile, e quindi permette a queste religioni di essere fattori nella costruzione della vita sociale”.E’ questo che i talebani del laicismo non possono tollerare. One World reclama una sola ideologia: quella della nuova religione secolare. La democrazia si svuota della sua funzione di confronto e mediazione.

Buttiglione alla fine è stato fatto fuori per questo e per altri 100 motivi. Per i giochi politici di quella palude che è Bruxelles; perché bisognava colpire il governo Berlusconi attraverso un suo ministro; perché in fondo era già tutto scritto. Nei giorni stessi in cui si dibattevano le Commissioni, il presidente dell’Europarlamento, lo spagnolo Josep Borrell, sodale di Zapatero, rilasciava interviste in cui invitava Buttiglione “ad andare a coltivare barbabietole”; dove il problema non è la volgarità di un grigio passacarte spagnolo nei confronti di un personaggio di qualche spanna superiore; ma il fatto che in pratica, in piena fase di dibattimento, uno dei giudici, in teoria super partes, aveva già scritto la sentenza. Grande esempio di rispetto della democrazia.
Oppure le pressioni indebite delle organizzazioni gay che addirittura sono arrivate a presentare dossier come questo, degno della Stasi e delle peggiori polizie politiche. Una cosa da vergognarsi e di cui invece Grillini si vanta con gaiezza in questa intervista, con la solita volgarità intellettuale che lo contraddistingue.
E alla fine un filosofo, che parla correttamente 7 lingue (chi ha la pazienza di leggere le trascrizioni degli atti troverà delizioso ed unico il fatto che Buttiglione rispondesse alle domande dei suoi colleghi nell’idioma con cui gli venivano poste: in inglese, francese, spagnolo, tedesco, portoghese, polacco), non è culturalmente adeguato a ricoprire incarichi, anzi dovrebbe andare a coltivare barbabietole. Come scrive il Foglio in un articolo del 9 ottobre 2004:
“Lui che da europarlamentare è stato tra i proponenti della Carta europea dei diritti fondamentali, adesso è sospettato di non rispettarli. Lui che ha istituito l’osservatorio per la convenzione europea, che come una banca dati ha seguito l’iter della convenzione fino all’approvazione, potrebbe essere un cattivo europeo, e omofobo”.
Niente male per questa Europa ormai al capolinea.

LEGGE 40
Dovrei rispondere a Giuseppe anche sulla legge 40 ma sono francamente esausto e mi riprometto di tornare a dialogare con lui al più presto. D’altronde il Ministro Livia Turco ha fatto una bella capovolta è ha dichiarato, contrariamente a quanto anticipato, che non ci sarà alcuna revisione delle linee guida della Legge 40. Quindi a questo ci atteniamo, salvo colpi di mano che non ci sorprenderebbero visto lo scarso senso di rispetto del Parlamento che questo governo ha già dimostrato di avere.
Sulla legge 40 però una cosa la voglio dire. Giuseppe scrive che: “la legge 40 non è stata confermata dal fallimento del referendum: l’astensione ha segnalato semplicemente che gran parte degli elettori non ha voluto prendere posizione sulla materia, assieme a un numero non quantificabile di furbacchioni poco avvezzi a cedere alla volontà delle maggioranze democratiche”.
Ora, nel referendum sulla legge 40 gli elettori non venivano chiamati alle urne per complicate disquisizioni etico-religiose ma per confermare o meno una legge già votata dal Parlamento. La maggiorparte degli elettori sapeva bene che astenendosi avrebbe confermato la legge in questione. La maggiorparte delle persone ha preferito non andare a votare (cioè astenersi). Disquisire sull’interpretazione della volontà è furoviante. Mettiamola così: la maggiorparte degli elettori non ha voluto prendere posizione sulla materia. ok, è vero, cioè… ha preferito affidarsi alla scelta già fatta dal Parlamento. L’unica cosa certa è che chi sperava di convincere gli italiani a votare contro una legge è stato bocciato. Ho sempre mantenuto una certa diffidenza per i grandi interpreti dell’opinione pubblica (soprattutto quando perdono le loro battaglie). Sono finezze retoriche che lascio volentieri ai manipolatori della bassa politica italiana.
Ciò che è vero è che il referendum è fallito. Ora se un novo parlamento troverà la maggioranza per modificare la Legge 40 o abrogarla… rientra nelle regole della democrazia. Ma fino a quel momento sindacare su ciò che volevano veramente gli italiani dopo una sconfitta così sonante, è un’operazione francamente un pò imbroglioncella.
Per il resto, i “furbacchioni” di cui parla Giuseppe, devono essere andati a scuola di molti di quelli che hanno indetto il referendum e che in passato hanno utilizzato più volte la “cultura dell’astensionismo” (come l’amava definire Pannella) come forma legittima di lotta democratica… attribuendosene spesso il merito; salvo poi dimenticandoselo quando, quello stesso strumento, è stato usato contro di loro. Il termine “furbacchioni” risulta poi improprio, considerando che un furbacchione non esce allo scoperto facendo decine, decine e decine di “comitati per l’astensione” in giro per l’Italia. Forse sono più furbacchioni quelli che su quel referendum oggi stanno facendo il gioco delle 3 carte.
Per quello che mi riguarda, e l’ho scritto, non ho dubbi che la sig.ra Cossutta si atterrà al suo ruolo istituzionale, e le polemiche politiche rientrano in un gioco delle parti che anche altri hanno fatto in passato.

ETHOS E SCIENZA
Nel breve commento di 10 righe che ha scatenato la risposta di Giuseppe, avevo posto il problema del rapporto tra ethos e scienza; avevo scritto: “la scienza che si fa ethos non è un problema di poco conto e francamente né noi biechi oscurantisti, né voi illuminati progressisti… sappiamo dove può portare”.
Era una mano tesa alla nostra diversità di opinioni che sottolineava come il problema dell’evoluzione delle tecnica moderna e del rapporto tra etica e scienza ci coinvolge tutti. Giuseppe mi ha rispoto citando una frase di Francesco Bacone dalla Nuova Atlantide e dando del pavido a quelli che, come me, pongono il problema della deriva della tecnica moderna.
Ora, premesso che affrontare l’attuale dibattito sulla società tecnico-scientifica e postindustriale, citando un pensatore del ‘500 (quando l’atomo non era scisso e i bambini non si facevano in provetta) è come parlare di comunicazione, convergenza tecnologica, internet e nuove piattaforme digitali, facendo riferimento a Guglielmo Marconi e al suo telegrafo senza fili (che cmq sarebbe più attinente dell’Atlantide di Bacone). Il problema del rapporto tra ethos e scienza non è cosa da poco perché (anche se Giuseppe e i suoi amici talebani non se ne sono accorti) attraversa le riflessioni della filosofia, del diritto, della scienza da oltre un secolo. Se “Giuseppe e i suoi fratelli” riuscissero a togliersi il burqa intellettuale che indossano e provassero ad aggiornare un po’ le loro letture potrebbe succedere loro di incappare in un signore di nome Hans Jonas, ebreo, non credente, laico, una delle più straordinarie intelligenze dei nostri tempi, che nel 1979 scrisse un libro dal titolo “Il Principio della responsabilità. Un’etica per la civiltà tecnologica”, in cui sottolineva il fallimento dell’ideale baconiano del dominio della scienza sulla natura ed il rischio di una sua trasformazione in catastrofe. Jonas muore nel 1993, quindi si affaccia appena sul paesaggio della nuova scienza e della bioetica (le cui riflessioni lo portano ad esserne comunque uno dei padri fondatori). Sarebbe preferibile leggere anche lui oltre a Bacone.
Forse chi si pone questi problemi sarà un po’ pavido ma perlomeno non è puerile.