Giacomo Balla, Canto patriottico, 1915

Lo scorso 4 novembre, anniversario della Vittoria, ho detto una parolaccia. Mi è scappata e non volevo…in genere non lo faccio mai… non so cosa mi sia capitato… ma l’ho detta. Pensavo di averla solo sussurrata, anzi solo di averla pensata, ma poi è salita dal cuore ed è passata dalle labbra inconsapevolmente. Me ne pento. Ho detto… “patria”, anzi credo di averla detta in maiuscolo: “Patria”; anzi ne sono proprio convinto perché mi hanno guardato male. Speravo nessuno mi sentisse, in fondo a tutti capita di dire cose senza senso, ed invece un tizio vicino a me implacabile, mi ha beccato. Mi ha sbirciato con lo sguardo obliquo da sotto gli occhialetti appannati e con quell’aria sofferta e sopportata di chi sente la missione di dover ripulire il mondo dagli imbecilli come me, mi ha rifilato un volantino di Peacelink come fosse una ricetta medica: “Tutto quello che non ci hanno detto sul quattro novembre”. L’ho letto proprio come si legge la ricetta del dottore: “La festa del 4 novembre fu una ricorrenza istituita dal fascismo per trasformare le vittime di una guerra spietata e non voluta in eroi coraggiosi che si immolavano per la Patria”; ed ancora: “La prima guerra mondiale fu un affare per grandi industriali, politici corrotti, funzionari statali senza scrupoli alti ufficiali con le mani in pasta”.
Rileggo queste frasi… fra le tante stupidaggini scritte in questo volantino… e penso a mio nonno Dante, classe 1898, volontario nella guerra 15-18, combattente sul Piave e cavaliere di Vittorio Veneto, la massima onorificenza di guerra. Penso a lui che partì da Jesi, insieme a due dei suoi fratelli e a decine di migliaia di altri italiani (contadini, operai, borghesi, studenti, intellettuali, artisti), per una guerra che non fu un affare ma un atto d’amore profondo. Mio nonno era repubblicano e mazziniano, fu poi antifascista, ma di quelli veri, mica di quelli che lo sono diventati a fascismo finito; uno di quelli che pagò caro la sua opposizione al regime. Lo ricordo grande e grosso (ma forse perché ero piccolo io), con una selva di capelli bianchi pettinati all’indietro. Lo ricordo burbero, dolce… e ricordo la sua delicatezza nel prendere foglie di edera secche (il simbolo del partito repubblicano) ed usarle come segnalibri. Ricordo i suoi racconti di guerra, che erano racconti di amore e pianto per gli amici scomparsi, che accompagnavano i miei pomeriggi dopo la scuola quando non c’era la playstation né cartoon network. Fino a quando una notte di estate se ne è volato via mentre dormiva, sereno e in silenzio perché la morte prende anche i nonni grandi e grossi, pure se io, che avevo 12 anni non volevo crederci e continuavo a dire a mia mamma di andare a svegliarlo. Riprendo, da una vecchia cassetta, una foto di lui in divisa da bersagliere e di suo fratello Guglielmo, con la camicia nera degli arditi; li guardo e penso a cosa direbbero loro dei pacifisti di oggi. Se si riconoscerebbero nel ruolo delle vittime strumentalizzate dal potere. Una Donna in nero ha scritto al Foglio che il 4 novembre è una “festa agghiacciante”. Non detesto il desiderio di pace, che sta nel cuore di ognuno di noi; ma il pacifismo ideologico, la sua stupidità implicita, questo amore smisurato per un’umanità astratta che in fondo è solo odio per l’uomo e per la realtà. Si dovrebbero denunciare i pacifisti di “crimini contro l’umanità”, perché è la loro indifferenza, il loro egoismo che ha prodotto più vittime di Stalin ed Hitler messi assieme. Perché non può esistere pace senza dignità e dignità senza libertà: e la libertà e una cosa che si conquista spesso con le armi. Mio nonno, che non era un intellettuale, lo sapeva.
E allora, offeso e incazzato dedico questo 4 novembre ormai passato, anniversario della Vittoria e delle Forze Armate italiane, agli uomini e alle donne d’Italia che hanno combattuto per il mio Paese, amando la pace, cercando la pace, desiderando la pace più della signora in nero che riempie piazze e giornali della sua stupidità. Senza distinguo, né considerazioni di sorta.
Lo dedico a mio nonno e ai suoi racconti di guerra e di amore; ai suoi compagni, ai suoi amici caduti… alla generazione di Vittorio Veneto che ci ha regalato un pezzo di libertà, colorando il Piave di rosso o scivolando da una trincea del Carso.
Lo dedico ai soldati d’Italia di tutte le guerre. Ai ragazzi di El Alamein e agli ascari libici morti al loro fianco per un paese che neanche conoscevano e sepolti ignoti tra le dune di Al Qattara. Lo dedico ai protagonisti di eroismi dimenticati; allo sconosciuto ufficiale della Brigata Ariete che tra le dune di sabbia, circondato dai carri inglesi, lanciò l’ultimo messaggio radio: “Ariete avanza!”.
Lo dedico all’ultima cavalcata del tenente Guillet cantata dal suo nemico Dan Segre.
Lo dedico ai partigiani di ogni montagna e ai giovani di Salò e alla loro speranza tradita.
Lo dedico ai piccoli e grandi gesti infiniti d’amore di chi ha amato questo paese.
Lo dedico ai caduti di Nassiriya … e a Fabrizio Quattrocchi che soldato non era.
Lo dedico anche all’odio dei pacifisti per tutto ciò in cui io credo. Alla pace, che cerco più di loro e alla mia Patria, l’Italia…che mio nonno, soldato e uomo di pace (o forse uomo di pace proprio perché soldato), mi ha insegnato ad amare.
E siccome l’Italia non è ciò che loro dipingono, ma è il sangue e l’amore di chi è caduto per essa, faccio un ultimo dono: ai nudisti incappucciati, ai falsi e agli ipocriti, alle loro colombe bianche e agli arcobaleni daltonici, regalo la follia di Marinetti: “l’Italia è una poesia armata!”… nonostante loro