Questo lungo post criptico serve a scaldare i motori dopo la lunga pausa natalizia. Per i più sarà forse incomprensibile… per i meno sarà superfluo. Probabilmente hanno ragione entrambi; ma siccome il blog è mio e lo gestisco io, chi vuole lo legga chi non vuole cambi canale… c’è sempre il blog di Beppe Grillo a portata di click.
Oggetto del contendere una polemica con un tal Emanuelo Venator… che non è mio cugino… il quale ha inondato di commenti il mio post sui soldati americani. Motivo: questo blog è un blog liberale, neocon, teocon, neokant (ma la logica ha ancora un senso?)… e quindi non può essere firmato da Martin Venator l’anarca, il personaggio protagonista di Eumeswil, uno dei più suggestivi romanzi di Ernst Jünger.
Ora, premesso che io sono Martin Venator e non potrei firmarmi in altro modo, rimane il problema del perché le persone perdono il loro tempo dietro polemiche astiose, abbandonando il gusto di assaggiare ciò che è diverso evitando di mettersi un parruccone bianco e sparare inutili sentenze che distolgono da ciò che è essenziale. Iniziamo così il nuovo anno. Lo stupido Anarca prende spunto da questa inutile polemica per provare a rendere incomprensibile ciò che per Emanuelo è così limpido, chiaro, luminoso e lampante.
Provo a raccontare Ernst Jünger partendo da me, … che sono una sua creatura… inventata alla fine degli anni ’70 con il mondo in ebollizione.
Mentre leggo i commenti di Emanuelo continuo a pensare che l’intellettualismo sia una brutta cosa, soprattutto quando porta le persone a definirsi “antiamericani storici”… che a orecchio mi sembrano leggermente più ridicoli di quelli ideologici. E l’intellettualismo è proprio ciò che Jünger ha evitato nei suoi 102 anni di percorso terreno, attraversando il ‘900, assaporandone il gusto, visitandone tutti gli anfratti con curiosità da quelli poetici (in realtà ben pochi), a quelli terrificanti (di gran lunga maggiori), come uomo di azione e di pensiero.

Mettiamola così: prima che il buon Ernst m’inventasse come Martin Venator, io leggevo Jünger quando molti di quelli che scrivono commenti su di lui forse giocavano a soldatini… solo per un problema anagrafico sia chiaro non per altro. La lettura di Ernst Jünger, inizialmente in edizioni assolutamente inadeguate o quasi clandestine, ha accompagnato un’intera generazione che provava ad uscire dalla melma degli anni ’70 scoprendo una critica alla modernità che accomunava in maniera eretica autori di “destra” come Jünger, di “sinistra” come Pasolini e pensatori cattolici come Augusto Del Noce. Ricordo quando imberbe diciottenne trascinai un giovane e sconosciuto Marcello Veneziani all’università di Roma a raccontare l’utilità di avere un disordine intellettuale per essere liberi, magari leggendo proprio Jünger, Pasolini e Del Noce come antidoto ad un nichilismo che tutti e tre avevano intravisto, anche se in maniera diversa, nel destino dell’occidente.

Con alcuni pazzi fratelli di destino e di politica, anni e anni fa… forse secoli…organizzai un convegno su Ernst Jünger alla Sapienza di Roma circondata dai custodi del vapore con le loro spranghe ed i loro caschi innocenti. C’erano Alain de Benoist, Marcello Staglieno, Marino Freschi, Giano Accame, Gennaro Malgieri e molti altri a confrontarsi con un gruppetto di giovani in fermento e costringendo Antonio Gnoli ad una terza pagina di Repubblica che per la prima volta scopriva l’Operaio, il Ribelle, l’Anarca, sorprendendosi di una provocazione culturale che un manipolo creativo di fanciulletti nonconformisti aveva fatto, scuotendo le mura grigie e sorde del potere culturale e accademico.
Non solo, ma “Il bosco e la nave”, archetipo jüngeriano di assoluta attualità, accompagnò persino un’esperienza editoriale compiuta ed incompiuta nello stesso tempo, intrecciatasi con vite, amicizie e destini sfortunati.
Se qualcuno dei giudici incasellanti, collocatori di anime, si fosse preso la briga di leggere questo stupido blog in tutti i suoi post nei suoi due mesi di vita, forse capirebbe la complessità di un percorso che non è solo individuale; e questa complessità si lega a inevitabili contraddizioni… perché ogni uomo e ogni donna vivono le loro contraddizioni come spazio e limite della propria libertà.
Emanuelo, che io critico ma per il quale nutro grande simpatia, mi accusa di lavorare per il Condor, che nel romanzo di Jünger è l’allegoria di un potere assoluto, pervasivo, totalitario, dimenticando che è la stessa accusa che il povero Martin si beccò dal suo fratellino Cadmo. In realtà molti lavorano per il Condor coscientemente… molti lo fanno inconsapevolmente, e l’intellettualismo, la gabbia aperta per ficcarci dentro le idee ed il pensiero vivo e lasciarlo lì ad ammuffire, è la strategia che da sempre il Condor adotta.
Esistono percorsi che non hanno coerenza ideologica, ma sono intuizioni che attraversano la vita ed il pensiero… perché la vera difficoltà non è aprire e chiudere caselle (cosa fin troppo facile!) la vera difficoltà è distruggere le gabbie dentro le quali i piccoli condor vorrebbero rinchiudere i vissuti e le esperienze degli altri. Ripeto: il problema sono proprio quelli che hanno l’intelletto sempre in ordine, così come la propria libreria… che sanno sempre cosa leggere e soprattutto come leggere… anche quei libri che meno si adattano all’ortodossia culturale del ben letto.
La coerenza e l’incoerenza c’entrano molto poco. Per questo si può iniziare il proprio cammino culturale ed esistenziale con Aragorn, Gandalf e il portatore dell’Anello, continuare con Drieu, Brasillach e Knut Hamsun, fare un girotondo nella ciclicità di Spengler, passare per Céline ed il suo argot, strisciare verso Alain Caille legando il Mauss a D’Annunzio, ubriacarsi di Marinetti e della sua sfida alle stelle, soggiogarsi al neo paganesimo di Krisis, rileggere Pasolini dribblando i borgatari ideologici e innamorarsi della Yourcenar in tarda età solo perché Mishima amava l’Antinoo che amava Adriano nelle sue memorie… eppoi, magari approdare ai Padri della Chiesa, ritenere Ratzinger una delle più vive intelligenze del nostro tempo e pensare che Isaiah Berlin e Raymond Aron non sono proprio dei servi di qualche complotto demo-giudaico-massonico… ma voci di grande libertà che l’occidente dovrebbe ascoltare se vuole continuare ad avere un motivo per esistere.
Ed in questo labirinto di idee, dove i minotauri del “culturalmente corretto” stanno sempre lì pronti a menar fendenti, magari ti convinci pure che Il Foglio di Ferrara è una voce di grande cultura, forse l’unica in Italia, molto più jüngeriana degli squallidi ottocenteschi incasellatori di professione… arrivando alla considerazione politica, temibile e mutabile che di fronte al deserto di un’Europa puerile controfigura di se stessa, i biechi americani guerrafondai, capitalisti e blablabla, rappresentano una visione della libertà che non esiste altrove. E alla fine il povero anarca arriva a preferire il vitalismo di Bush, la capacità di comprendere il mutare della storia di Robert Kagan, la follia visionaria di Oriana Fallaci, la lucidità di André Glucksamnn… al mercantilismo pacifista di quest’Europa grassa e povera chiusa nella prigione di utopie ottocentesche i cui carcerieri non hanno divise grigie ma vivono nei salotti letterari e culturali di una intellighenzia indecente e nei lucidi specchi vanitosi di Bruxelles.
E lo stesso anarca trova più bella più vera e più commovente l’immagine del giovane soldato israeliano che piangendo sgombera i suoi fratelli coloni, o quella del soldato americano che abbraccia il bambino iracheno…di quanta ne trovi nel ghigno di Gino Strada, nello sguardo sbiadito delle varie simone, giuliane e di tutte le anime belle di destra e di sinistra che ravvivano la coscienza del nulla che avanza, leggendo complotti e interpretando la storia come se il muro di Berlino fosse ancora in piedi senza accorgersi del muro di stupidità eretto dalle loro bugie e senza avere un briciolo di pudore per le stronzate dette, scritte e fatte da 50 anni a questa parte.
I soldati di quelle foto sono percorsi vissuti dentro storie che fanno la storia, non intellettualismi arroganti dentro cui leggere il livore degli inetti.

La figura di Ernst Jünger sta innanzitutto qui… nella contraddizione di una vita spesa in cerca di tutto ciò che odorasse di libertà: la legione straniera a 18 anni, le tempeste d’acciaio della Somme, l’analisi del “der arbeiter” come condizione esistenziale dell’uomo con l’avvento del mondo della tecnica, l’adesione al nazismo e nello stesso tempo la partecipazione all’attentato contro Hitler sopra le scogliere di marmo di una denuncia coraggiosa e straordinaria dell’orrore in atto (laddove la cultura europea, democratica e antifascista, taceva o fuggiva); eppoi il passaggio al bosco… hic et nunc… l’infilarsi negli interstizi del mondo nella casbah di Eumeswil, l’inseguire la cometa di Halley una seconda volta e con essa la Pace, come condizione dello spirito e non come alienazione pacifista, coltivando il proprio giardino (che dà “una certezza maggiore di ogni sistema filosofico”) e studiando gli insetti… paradosso di un soldato che della guerra aveva fatto un segno della propria vita e di un pagano che due anni prima della sua morte, avvenuta nel 1998 a 102 anni, si convertì al cattolicesimo (lui che era di educazione protestante) dopo un lungo e tortuoso cammino.
Incoerenza, disordine… o forse amore per ciò che non si è…

Ho deciso di parlare in maniera così incomprensibile perché in tempi di critica fusionista, rimango convinto che questa città dei liberi possa diventare un esperienza viva se i percorsi, le storie, il pensiero vengono messi in circolo ad incrinare il conformismo dilagante; non è un problema di condivisione… le memorie non si condividono mai; è un problema di realismo… e di curiosità costruttiva. Il mio, di percorso, è lontano mille miglia da quello di molti con i quali in questo periodo mi sono imbattuto tra i vicoli di questa città, dopo essere stato accolto senza grosse diffidenze ma con molta curiosità; e questo è un elemento di libertà. E’ tempo di mettersi in gioco.
A Emanuelo consiglio di uscire dalla gabbia del suo ordine intellettuale, di mischiare un po’ i libri della sua impeccabile libreria e di pensare un pò di più al caos e alla stella dell’amico di Zarathustra.

Fine del post criptico. Dal prossimo si torna a parlare di cose serie.