In politica le sconfitte andrebbero “elaborate”… esattamente come i lutti. Il rischio, in caso contrario, è una forma di depressione che annulla la capacità di comprendere le ragioni e individuare un senso verso il quale muoversi.
Il corteo sulla 194, così come quello sui Pacs, a difesa di una laicità dello Stato che in realtà nessuno mette in discussione, con il bagaglio retorico di un radicalismo imbarazzante, sono la prova che qualcuno (o qualcuna), la devastante sconfitta al referendum sulla procreazione assistita non l’ha ancora elaborata. Chi manca all’appello non è tanto la sinistra politica… per quello che vale oggi nella sua indecenza culturale lascia poco spazio ai buoni propositi. No, chi manca all’appello è il pensiero delle donne… e da troppo tempo ormai.
Il linguaggio del corteo come risposta politica (con il suo armamentario di slogan e di eccessi provocatori), racconta più un tentativo affrettato, estremo di rivincita… che una strategia elaborata dopo una sconfitta. Vladimir Luxuria sottobraccio alla nonna pensionata della CGIL non è il frutto di una normalità forzata ma il segno di una grande confusione; e per “uscire dal silenzio” forse ci vuole altro… che una terapia di gruppo.
Chiara ha 23 anni e viene da Torino… è una delle tante voci di quei cortei; dice su l’Unità: “con le mie amiche abbiamo creato un gruppo di discussione all’università per prepararci a questa manifestazione. Credo che il femminismo non sia mai morto”… Chiara ha ragione: il femminismo non è morto… si è semplicemente fermato; ha deciso di smettere di crescere… perché non vuole diventare grande. Non elabora più i suoi lutti, li chiude a chiave nella cintura di castità dell’anticlericalismo, chiudendoci anche quello che è stato per 20 anni un pensiero fertile allo scontro e al confronto.
Il femminismo è partito da sé… e lì dentro si è fermato; ha preferito infilarsi in un pensiero circolare… un eterno ritorno che rischia di essere la sua morte. Basta leggere un qualsiasi dibattito recente tra le donne per rendersene conto. La crisi di un pensiero diventato sul tardi ideologia. Stesse dinamiche conosciute, noiose: chi siamo, dove andiamo, come eravamo, il bisogno di ricambio generazionale, le Lecciso oggetto di riflessione, … questo parlarsi addosso fuori dal divenire del mondo… tutto molto maschile.
Il pensiero delle donne ha smesso di pensare. Non si è reso conto che l’ultimo referendum ha segnato un cambiamento importante della società italiana… molto più di quanto abbiano compreso il fantasma di Pannella e il suo giovane e scarso replicante. Nel 1981, con il referendum sull’aborto, gli eserciti erano schierati come una battaglia ottocentesca: l’Italia dei preti da una parte e quella del progressismo laico dall’altra e tranne qualche rara eccezione (Bobbio, Pasolini), ognuno vestiva la propria uniforme e seguiva i propri stendardi (l’esempio bellico è ovviamente una provocazione maschilista). Oggi i confini sono più fluidi… la grande muraglia delle ideologie e delle loro finte identità è stata abbattuta anche grazie al pensiero delle donne… ma sembra quasi che loro non se ne siano accorte.
Nell’ultimo referendum sulla legge 40 sono persino arrivate a rimuovere le grandi intuizioni degli anni ’90 quando loro per prime capirono il potere devastante della tecnica sul corpo e sulla libertà femminile. Perché oggi il vero pericolo sta lì…e chi continua a cercarlo oltre il colonnato del Bernini forse avrebbe bisogno di una nuova mappa di idee con cui orientarsi.
Il potere oggi non veste l’abito talare ma veste i panni di una cultura scientista che non accetta limitazioni etiche e si maschera dietro un umanitarismo da profitto; nel sogno mai abbandonato di una selezione eugenetica disumana.
Un potere immane, terribile che violenta il corpo della donna… ma anche quello dell’uomo e offende la dignità dei generi.
Per 30 anni le donne hanno detto, scritto e pensato che bisognava partire da sé. In questa maniera si sono riappropriate di se stesse… del proprio corpo, delle proprie decisioni. Ora che questa appropriazione è avvenuta (più di quanto esse stesse credono) sarebbe opportuno, per loro, provare a partire dal mondo… imparando a leggerlo. Il mondo abitato anche dagli uomini, dalle leggi della storia, dai meccanismi del potere, dalle trasformazioni imposte da una tecnica pervasiva e devastante, dalle accelerazioni della società che quasi mai si controllano o si prevedono. Forse anche le riflessioni sull’aborto, sulla RU486, sulla biogenetica porterebbero nuovi frutti… in qualche caso accettando anche le contraddizioni.
Nel 1975 (30 anni fa!!!!), sul Corriere della Sera, Pasolini scriveva: “Sono traumatizzato dalla legalizzazione dell’aborto, perché la considero, come molti, una legalizzazione dell’omicidio. Nei sogni e nel comportamento quotidiano (…) io vivo la mia vita prenatale, la mia felice immersione nelle acque materne: so che là io ero esistente (…). Che la vita sia sacra è ovvio: è un principio più forte ancora di ogni principio democratico ed è inutile ripeterlo”.
Forse è da qui… da questo pensiero al confine dei due generi, figlio di una diversità sofferta nel corpo e nello spirito, che il pensiero delle donne potrebbe provare a ripartire.

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