“Tu indossi una maglietta con il quadro di Picasso, Guernica, perché?” chiede il giornalista di SkyNews alla fanciulla che sfila al corteo pacifista.
Perché la situazione è simile a quella che ha fatto fare Guernica a Picasso: c’è una guerra che distrugge infrastrutture civili, c’è l’attacco alla popolazione civile, c’è uno Stato che si crede al di sopra di qualsiasi legge”. Israele appunto.
Guernica diventa quindi il manifesto della nuova resistenza contro l’imperialismo sionista, il simbolo dell’arroganza di Israele, della sua violenza, del suo disprezzo razzista.
La pacifista, occhiali militanti e sguardo bovino, forse non conosce la storia di Joselito, il famoso torero spagnolo incornato durante una memorabile corrida in cui ci lasciò la pelle. Racconta Vittorio Messori, che Picasso, che amava la tauromachia, ne rimase talmente scosso che dipinse In morte del torero Joselito, una tela di 8 metri per 3, per celebrare degnamente l’eroe ucciso dal toro. Ma era il 1937 e la Spagna bruciava nella guerra civile; ai crimini comunisti si sommavano i crimini nazionalisti, tra questi il bombardamento della città di Guernica da parte dell’aviazione italo-tedesca; in questo clima il governo social-comunista commissionò al buon Pablo una tela per l’Esposizione Universale di Parigi del 1938. E Picasso, vecchio marpione con il cuore a sinistra ed il portafoglio rigorosamente a destra, fiutò l’affare… qualche accorgimento e voilà… la morte di Joselito divenne Guernica, una delle più importanti opere d’arte del ‘900, la denuncia artistica dell’orrore nazifascista, annuncio premonitore del baratro in cui stava cadendo l’Europa, ma soprattutto, negli anni a venire, uno dei simboli di quel pacifismo barricadiero stipendiato dall’internazionalismo sovietico.
Il grande artista ci guadagnò in fama e in soldi, visto che vendette il quadro per 300.000 pesetas di allora (circa 1 milione di euro di oggi) pagati per il governo spagnolo direttamente da Stalin attraverso le casse del Comintern.
Questo racconta Vittorio Messori (qui e qui), storico serio e scrupoloso.
Francamente non so se la storia sia vera, perché quella ufficiale racconta altro: ci sono le foto di Dora Maar, la compagna di Picasso, ai bozzetti di preparazione, ci sono i critici d’arte che interpretano il toro e il cavallo come allegorie, ci sono i biografi uffciali e quelli ufficiosi. Forse, come spesso avviene nella storia, le verità è nel mezzo.
Ma a guardar bene la tela bianca e nera di Picasso non c’è alcun lamento pacifista. Perché quei corpi spezzati sembrano quelli saltati in aria negli autobus di Tel Aviv o nelle piazze di Gerusalemme. Quelle teste urlanti raccontano le grida di orrore di Nick Berg.
Il lamento pacifista non va oltre la retorica; non può, non è in grado di sciogliere i nodi complessi dei tempi che viviamo. Non si pone problemi ma applica certezze. Nel suo equiparare le ragioni di chi si difende dal terrorismo, alle pretese di chi vuole cancellare nazioni e popoli dalla carta geografica allarga la ferita dell’Occidente e la paura di Israele.
Diceva Picasso: “No, la pittura non è fatta per decorare gli appartamenti, è uno strumento di guerra offensivo e difensivo contro il nemico”. Appunto.
Se proprio la Guernica di Picasso deve raccontarci qualcosa, ci racconti la speranza, la disperazione, il coraggio di un popolo offeso, aggredito, violentato nella sua libertà e nel suo stesso diritto ad esistere; circondato dall’odio di molti e dall’indifferenza degli altri; un popolo che con onore si sta difendendo dalla violenza integralista e dalla stupidità dei benpensanti.