Un post molto molto molto lungo per provare a smentire Sodano… l’imam

Il 14 luglio scorso, all’indomani dell’attacco di Israele al sud del Libano, il card. Angelo Sodano, segretario di Stato vaticano (ormai in libera uscita), ha rilasciato questa dichiarazione qui che non lascerebbe adito a dubbi circa la posizione critica della Chiesa di Roma su questa guerra.
Una posizione di condanna contro Israele talmente netta da far esultare gli stessi integralisti islamici, tanto che la televisione degli hezbollah,“Al Manar”, attribuendo queste dichiarazioni direttamente al papa, è arrivata a definire Benedetto XVI “difensore dei diritti dell’uomo e modello di santità”… che detto dagli hezbollah non è che faccia proprio piacere.
La nota della S. Sede “deplora” Israele senza spendere una sola parola sul diritto dello Stato ebraico all’esistenza; diritto minacciato concretamente dal terrorismo e dai propositi di distruzione di leader islamici; parla di “attacco ad una nazione libera e sovrana” dimenticando che se ampie zone del Libano sono fuori dal controllo del governo e nelle mani di milizie integraliste finanziate e armate da potenze straniere e che da quei territori compiono azioni terroristiche e di guerra vuol dire che quella nazione tanto “libera e sovrana” non è. Di fatto Sodano applica la classica equiparazione (che qui acquista ovviamente anche un valore morale), tra attacchi terroristici e reazione militare israeliana, tanto cara alla cultura pacifista e a quella dell’appeasement delle cancellerie europee.

Ma è proprio così? Come si sta disegnando la geopolitica di Benedetto XVI? E’ come dice Alberto Melloni? Questo papa nella sua solitudine ha lasciato solo anche Israele?
La geopolitica è una materia complessa, quella vaticana poi lo è ancora di più poiché l’azione dello Stato della Chiesa nel sistema delle relazioni internazionali, sfugge ai canoni interpretativi delle “normali” nazioni e dei governi. La Chiesa non ha particolari interessi economici, né politici in senso classico. Il concetto stesso di interesse nazionale non appartiene ad un organismo che è cattolico, cioè “universale”, per definizione. Il papa è si capo di uno stato, ma la sua funzione di “governo” s’innesta dentro una dimensione metastorica che deve sforzarsi di inserire gli eventi dentro una dimensione profetica.
Nello stesso tempo però la Chiesa si muove nel mondo con le regole del mondo, ed alcune dinamiche al suo interno sono le stesse che abitano la politica: relazioni, mediazioni, rapporti di forza, componenti e gruppi che si condizionano nell’agire e nelle scelte.

E così la prima osservazione da fare è che il cardinale Angelo Sodano, Segretario di Stato dal 1991, è, ancora oggi, una delle personalità più potenti all’interno della curia romana e rappresenta da sempre quella componente filo-palestinese che caratterizza l’influente corpo diplomatico del Vaticano (Casaroli, Silvestrini), incentrato sul ruolo che la Segreteria di Stato (dentro cui Sodano lavora dal 1959) ha avuto negli ultimi 35 anni grazie al ruolo e al potere conferitogli da Paolo VI in poi; in questi anni la scuola diplomatica della S. Sede ha rispecchiato in pieno (tranne rarissime eccezioni) la linea delle cancellerie europee e soprattutto di quell’Italia cattocomunista che ha fatto del filo-arabismo il leit motiv dei rapporti con il Medio Oriente; insomma, per semplificare, sul Medio Oriente Sodano non la pensa molto diversamente da Andreotti e da Massimo D’Alema. D’altro canto la sua passata amicizia con Yasser Arafat era cosa risaputa e la sua ammirazione per il rais palestinese ha creato in passato non pochi imbarazzi in Vaticano.
Altro aspetto da considerare è che Sodano non è grande amico di Benedetto XVI; anzi, rappresenta quel partito anti-Ratzinger che si è opposto con nettezza alla sua elezione e che ha espresso nei mesi scorsi non pochi ostacoli alle nomine e alla riorganizzazione decisa dal papa tedesco.
Sandro Magister ricorda come già un anno fa, il segretario di Stato, combinò a Ratzinger uno scherzetto niente male quando nell’Angelus del 24 luglio del 2005, preparando la parte del discorso in cui Benedetto XVI doveva esprimere la condanna per la serie di attentati sanguinosi avvenuti in diverse parti del mondo (Egitto, Turchia, Gran Bretagna, Iraq), lasciò esplicitamente fuori Israele che proprio in quei giorni aveva subito l’attentato di Natanya. Una dimenticanza che scatenò le ire di una parte del governo israeliano, fece maturare una crisi diplomatica che rischiò seriamente di riportare le relazioni tra Israele e S. Sede indietro di 30 anni e costrinse all’intervento diretto l’allora premier Ariel Sharon per placare gli animi e ricucire i rapporti.
Che la posizione espressa dalla Segreteria di Stato non sia del tutto condivisa negli ambienti ecclesiastici è stato evidente nei giorni successivi; l’Avvenire (il quotidiano della Cei) ha pubblicato, 5 giorni dopo la nota di Sodano, un editoriale di V.E. Parsi, uno dei maggiori esperti cattolici di relazioni internazionali e di geopolitica, molto ascoltato negli ambienti che contano, in cui si parlava chiaramente delle ragioni di Israele. Ha scritto Parsi: “L’amara realtà è che, nella regione mediorientale, la presenza di Israele è ritenuta “provvisoria”, e la garanzia della sopravvivenza dello stato ebraico è riposta – per quanto sia amaro dirlo – nella sua superiorità militare”. Più chiaro di così; e dopo aver denunciato l’assenza e l’inconcludenza della comunità internazionale ha affermato: “Con la sua durissima reazione agli attacchi di Hezbollah, Israele ha voluto provocare deliberatamente il cortocircuito tra le logiche di lungo e di breve periodo, del sistema regionale e del sistema internazionale”.
Una valutazione ben diversa dalla semplicistica “rappresaglia militare” data da Sodano.
Ma è soprattutto nell’Angelus del 23 luglio scorso, che Papa Benedetto XVI ha espresso in maniera chiara la diversa impostazione che anima il nuovo corso della Chiesa di Roma. Invitando tutti i cristiani a pregare per la pace ha detto: “Colgo l’occasione per riaffermare il diritto dei libanesi all’integrità e sovranità del loro paese, il diritto degli israeliani a vivere in pace nel loro stato e il diritto dei palestinesi ad avere una patria libera e sovrana”.
Nelle sue parole scompare qualsiasi “deplorazione ad Israele”. Se il diplomatico Sodano parlava di Stati (Libano, Israele), papa Ratzinger parla di popoli (libanesi, israeliani, palestinesi). Non è solo un problema lessicale. Si presenta qui un cambiamento del modo di pensare la Chiesa nel mondo, sia rispetto alle necessità storiche nelle quali si mosse Giovanni Paolo II, sia rispetto alla paludosa diplomazia di Sodano.

Lo spiega con grande lucidità don Baget Bozzo: “Papa Wojtyla sentiva la necessità di impegnare la Chiesa nella storia (…) Benedetto XVI ha chiaramente scelto di concentrare la Chiesa su se stessa, sulla sua vita spirituale e interiore. La Santa Sede prende posizione nei conflitti, ma non diventa parte di essi (…) La stagione conciliare, che sottolineò il ruolo della Chiesa nella storia fino a quasi risolverlo in essa, è ora finito”.

La nota diplomatica di Sodano e il discorso del Papa, nella loro completa diversità, testimoniano la tensione oggi esistente nella Chiesa tra il vecchio pragmatismo diplomatico e la necessità di Ratzinger di rimanere ai limiti della politica. Da un punto di vista politico, questa tensione si manifesta nei nuovi equilibri che Ratzinger sta disegnando dentro la Curia romana. Angelo Sodano uscirà di scena a settembre per raggiunti limiti di età. Le sue dimissioni, presentate secondo il Can. 354 del Codice di Diritto Canonico, sono state immediatamente accettate da Benedetto XVI, che al suo posto ha formalizzato la nomina di uno dei suoi più stretti collaboratori, il card.Tarcisio Bertone, personalità estranea agli ambienti diplomatici e teologo particolarmente apprezzato dal Papa.
Non solo, ma proprio nelle relazioni con Israele, papa Benedetto XVI ha mosso importanti pedine nella Curia. Ha spedito Michel Louis Fitzgerald alla nunziatura egiziana, togliendogli quel Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso dove il porporato britannico dialogava amabilmente con personaggi come lo sceicco Youssef Al-Qaradawi.

Ha limitato l’operato di Michel Sabbah, il famoso patriarca latino di Gerusalemme ammiratore dell’intifada, affiancandogli il più giovane arcivescovo di Tunisi Fouad Twal (con posizioni dichiaratamente più filo-occidentali) che lo sostituirà tra due anni, quando anche Sabbah andrà in pensione. E sembra intenzionato a far crescere notevolmente il ruolo di mons. Pizzaballa attuale “Custode di Terra Santa”, molto apprezzato dal governo di Gerusalemme.

Queste osservazioni ovviamente non risolvono il problema, né spiegano la complessità di una posizione che è ovviamente difficile per la Chiesa. Difficile per due motivi: innanzitutto perché il Libano è l’unico paese islamico dove i cristiani vivono con diritti riconosciuti e libertà acquisita. Secondo, strettamente legato al primo, perché le minoranze cristiane nei paesi islamici sono continuamente esposte alla persecuzione e al massacro e la loro esistenza è minacciata esattamente come l’esistenza dello stato d’Israele. Joseph Bottum, sul Weekly Standard è quanto mai esplicito quando afferma che per i diplomatici d’oltre Tevere la sproporzione è evidente: “Il sostegno a Israele comporta il rischio che i cristiani nei paesi islamici vengano uccisi; il sostegno agli arabi comporta il rischio, al massimo, di una nota severa dall’ambasciatore israeliano”.
D’altro canto la Chiesa non ha eserciti, non ha potere economico, non può imporre sanzioni né embarghi. La difesa e la tutela delle minoranza cristiane nell’islam è affidata al solo peso morale del Santo Padre, alla sua capacità di mostrarsi imparziale e obiettivo di fronte agli accadimenti della storia ben sapendo che ogni virgola sbagliata, ogni dichiarazione ambigua può generare ripercussioni gravissime nella totale indifferenza della comunità internazionale. Una aspetto questo di realpolitik che non deve essere mai dimenticato.

In realtà Benedetto XVI sa perfettamente che nel rapporto con l’Islam si gioca parte della sopravvivenza della Chiesa; e che questo rapporto non può essere di semplice accondiscendenza. La nuova evangelizzazione dell’Europa, non è solo la lotta al relativismo morale, al nichilismo del postmoderno che spinge a fondo le stanche società occidentali. Ratzinger ha capito che se l’Occidente ripudia l’annuncio cristiano non sarà semplicemente una società atea (più di quanto lo sia adesso laddove Dio è un’eccezione), ma una società vuota… e quel vuoto, morale, religioso, culturale qualcuno lo riempirà dentro i nuovi equilibri sociali e demografici che si stanno disegnando. Il rischio è che da qui a 50 anni, con la crescita esponenziale della componente islamica, i cristiani diventino minoranze sopportate anche nel vecchio continente.
George Weigel su Commentary si è domandato quanto il secolarismo occidentale stia minando la possibilità di reazione all’aggressione integralista e faccia perdere all’Europa la lotta per definire la natura della società civile, il significato della tolleranza e del pluralismo ed i limiti del multiculturalismo in un’Europa che invecchia
e che rivela una presenza islamica dentro di sé sempre più massiccia.
Ma la Chiesa di Roma conosce anche il dramma di Israele; sa che Israele è un unicum nella storia dei nostri tempi, che va al di là della sua dimensione storica. Ebraismo e Cristianesimo segnano il tempo della nostra civiltà. Sono le fondamenta su cui l’Europa ha fondato la sua modernità. Qualcosa di più di un confine da difendere. Lo sa Benedetto XVI, come lo sappiamo noi: quello spicchio di democrazia nel cuore di un islam sempre più aggressivo e intollerante, va difeso con ogni mezzo perché la sua resa sarebbe anche la resa del mondo libero.