Questo cercava di spiegare Mordecai ad un giovane pacifista canadese in un caffè di Ben Yeudah nella “sudicia Tel Aviv, stappata alle paludi nella pianura filistea”. Era il 1992 e ancora non c’erano stati gli accordi di Oslo (quando Israele offrì ad Arafat, Gaza, la Cisgiordania e il settore orientale di Geruslaemme per farci al capitale del nuovo stato palestinese) e neanche il ritiro dal Libano, né quello da Gaza del 2004.
Mi sono venute in mente queste parole leggendo la lettera con cui Deborah Faith ha risposto a Ennio Remondino ed al suo pietoso articolo su Il Manifesto. L’idea che i palestinesi siano “vittime delle vittime” è un ottima figura letteraria, un concetto, un gioco intelletuale, niente di più; ma la storia è una cosa troppo complessa per lasciarla ai poeti… e agli intellettuali. Il problema palestinese tocca gli errori di Israele, certo ci mancherebbe, così come le ipocrisie della cosidetta “comunità internazionale” e il menefreghismo dei fratelli arabi. Ma qui stiamo ancora alla superficie della storia; in gioco sembra esserci altro, qualcosa che travalica gli eventi, tocca la dimensione del mito e attraversa i secoli dentro i quali si disegnano altre storie, da Erodoto in poi, da quando la libertà greca si confrontò con i barbaroi orientali. In gioco c’è il secolare rapporto tra l’Occidente e l’Oriente, la contrapposizione perenne tra libertà e arbitrio. Questo è il “nodo di Gordio” che Ernst Jünger provò a sciogliere negli anni ’50, in uno straordinario saggio di grande intuizione; quasi come se Europa e Asia, Oriente e Occidente, Levante e Ponente fossero “due residenze, due strati dell’essere umano che ciascuno reca in sé. (…) Nonostante tutti i mutamenti intervenuti nei rapporti di forza, vi è un dato infallibile per percepire le differenze tra Oriente e Occidente. Esso è collegato alla valutazione che si dà della libertà”. Questo scriveva Jünger nel 1953.

Israele è un pezzo di quell’Occidente e di quella libertà conficcati nel cuore del dispotismo orientale. Forse da qui bisognerebbe partire per capire di chi è veramente vittima, da 70 anni, la dignità palestinese. Perché i nuovi scenari davanti a noi raccontano che nella continua oscillazione del pendolo, l’Oriente sta di nuovo dispiegando la sua forza: e forse le “vittime”, sono anche carnefici e non solo di se stesse. Solo che stavolta l’Occidente sembra non capirlo.

update del 6 settembre: all’Anarca era sfuggito questo straordinario artcolo, pubblicato ieri da Il Foglio, di Ayan Hirsi Ali sul vittimismo islamico e su Israele, ma sopratutto sulla follia di un’Europa che ha paura di difendere la propria libertà… come ha avuto paura di difendere Ayan