Roberta Pugno, Sciamano, 1996, tecnica mista su cartaEra il 1989, il muro era appena crollato o forse scricchiolava solo, e albeggiava una sensazione strana da … fine della storia. Serge Latouche scriveva: “Il tempo del mondo finito è cominciato, ed è cominciato come fine della pluralità dei mondi. Un solo mondo tende a essere un mondo uniforme. Questa indifferenziazione su scala planetaria è proprio la realizzazione del vecchio sogno occidentale (…) non si tratta di un trionfo dell’umanità, ma di un trionfo sull’umanità”.
Insomma, il One World sembrava a tutti il destino inevitabile, la linea retta ed infinita verso cui le progressive sorti si sarebbero incagliate. Per alcuni era un destino auspicabile, trionfo della civiltà liberista; per altri un incubo orwelliano.
Poi sappiamo come è andata a finire. La storia non si è fermata neanche per un attimo, al massimo ha fatto un pit stop ai box… è via, più veloce di prima. Terrorismo, integralismo, rivoluzioni tecnologiche, scontri di civiltà si, no, forse; l’Europa che c’è, che non c’è e che a volte ce fa; l’Occidente in guerra con se stesso; la Cina che esplode, l’India che gli va dietro, nuovi soggetti e realtà che si agitano nella pista, nuove linee di conflitto e nuove trincee da scavare, insomma…non è ancora suonata la campanella dell’ultimo giro.

Il Weekly Standard, bibbia neo-con, pubblica un articolo di Ralph Peters in cui l’autore analizza il ritorno della religione “come il più importante tra i fattori strategici”; ma il “religioso” di cui parla Peters è il religioso tribale, quello dei culti locali, della magia, delle tradizioni religiose di tipo animista che in Africa ed in Asia sembrano essere un freno all’espansione dell’integralismo islamico.
Peters raccoglie una grande suggestione jüngeriana quando afferma che le foreste, proprio perché custodi della magia (e dei miti), sono avversarie di ogni globalizzazione: “nell’Africa occidentale, l’Islam è stato fermato circa 5 secoli fa quando ha lasciato i deserti e i pascoli per entrare nella foresta africana, potente dominio del magico”. D’altronde anche le grandi distese boscose del nord Europa, piene di druidi e sciamani, rallentarono per secoli l’avanzata del cristianesimo; ma la differenza è che il cristianesimo ha saputo e potuto convivere con la cultura del magico perché il Gesù dei miracoli, che trasforma l’acqua in vino o cammina sulle acque somiglia a uno sciamano più di quanto possa mai assomigliargli Maometto.
Così come, al di sotto delle nuova aristocrazia globale della società trionfante dai grattacieli di Manhattan a quelli di Hong Kong, si muovono nuove resistenze dentro le foreste del moderno, gli immensi spazi urbani delle favelas e delle banlieu dove nuove culture saldano i loro confini; allo stesso modo, al di sotto dell’avanzata imperiosa dell’integralismo islamico in Africa e Asia, resistono i boschi delle tradizioni locali che le persecuzioni jihadiste non riescono a penetrare.
Peters si appoggia ad un realismo amorale tipico del pensiero neo-con: se il religioso è un fattore strategico utilizzarlo contro i nostri nemici diventa essenziale. L’uomo occidentale stenta a capire che in queste culture le pratiche magiche colmano l’assenza di istituzioni civili, economiche e sociali; rispondono alle domande quotidiane oltre la dimensione del senso e della trascendenza che possono essere lasciate alle grandi tradizioni monoteiste. Non bastano gli aiuti militari o umanitari perché when Global Man goes home, the shaman returns. In questa battaglia le nostre convinzioni sulle pratiche magiche contano poco; “ciò che importa è ciò che l’altro uomo crede”.
Conclude Peters: “il potere delle credenze locali e delle tradizioni continuerà a frustrare i sogni della società globalizzata e omologata ai nostri stili di vita. Se noi riusciamo a riconoscere e a sfruttare la forza delle usanze locali, possiamo trovare il più potente strumento possibile per contenere la controrivoluzione dei nostri nemici islamisti”.
Insomma il One World che spaventava Latouche sembra solo un lontano ricordo; ora molte forze sono in movimento anche in luoghi inaspettati e sotto le più diverse forme; l’idea dello sciamano alleato dell’uomo occidentale potrebbe non essere solo una buona trama per un romanzo.


immagine: Roberta Pugno, Sciamano, 1996