La storia è questa: un tizio possiede un capannone di 400 mq in zona S. Lorenzo acquistato attraverso un mutuo, con lo scopo di affittarlo e ricavarci una rendita; insomma, un normale investimento fatto da un privato cittadino, come spesso avviene in una società libera. Il locale è vuoto perché è in attesa di trovare un acquirente per l’affitto.
Un giorno di novembre del 2004, un manipolo di gagliardi giovanotti di Action (l’associazione specializzata in okkupazioni abusive con il beneplacito del Comune di Roma e capeggiata da quel Nunzio D’Erme già consigliere al bilancio partecipato del sindaco Veltroni e messo agli arresti domiciliari per aver svuotato un supermercato), forzano il locale, entrano, lo okkupano e ci fanno l’ennesimo Centro Sociale luogo di retroguardia culturale, sperimentazione, cultura underground, linguaggio in movimento e altre cazzate del genere. Quando il povero tizio va con le chiavi per entrare nella sua proprietà trova le serrature cambiate.
La scena ricorda quella del Marchese del Grillo che in una notte fa costruire un vespasiano sulla porta della bottega di Aronne Piperno l’ebanista e quando il malcapitato va la mattina ad aprire non trova più la bottega ma al suo posto il Marchese nell’eloquente atto di utilizzare il vespasiano; ecco, più o meno la stessa cosa, solo che qui non stiamo nella Roma papalina ma in quella veltroniana e non è un film di Monicelli.
Ora un normale cittadino di fronte ad un’usurpazione del genere ha due possibilità: A) Prendere un lanciafiamme e sgomberare i pezzenti figli di papà che fanno i rivoluzionari con i soldi degli altri. B) Rivolgersi alle forze dell’ordine (che come dice il termine stesso, dovrebbero mettere ordine), ed è quello che ha fatto il tranquillo ed ingenuo cittadino ottenendo la risposta che il problema è politico. Allora l’ingenuo cittadino, che non ha voglia di usare il lanciafiamme ed è anche uno che lavora alla Tesoreria comunale (quindi, si presuppone abbia i giusti canali), si fa ricevere dal vicesindaco di Roma che lo manda a parlare con il capo-gabinetto del Sindaco, che lo manda a parlare con una sua dirigente la quale gli dice che lì, al Comune di Roma (che, per inciso, ha 30.000 dipendenti, senza contare precari e consulenti), hanno altro a cui pensare che queste cazzate, tanto più che pare (è lui stesso che lo dice) che tra gli okkupanti ci sia anche il figlio della dirigente in questione. Allora, l’ingenuo cittadino, va a parlare con l’Assessore al Patrimonio che lo fa parlare con il suo collaboratore. Finalmente trova udienza. L’ingenuo cittadino, per non far affaticare troppo i dirigenti comunali propone anche una soluzione (che non spetterebbe a lui trovare) più o meno dice: “a fianco al mio capannone ce ne è uno vuoto di proprietà del Comune; mandateli lì i fanciulli creativi e ridatemi la roba mia”.
Passa un anno e mezzo e a Luglio del 2005 arriva la soluzione. L’assessore lo convoca e gli dice: “Patteggiamo. Il Comune di Roma ti acquista il locale (ovviamente con lo scopo di darlo agli amiketti di Action che ci faranno un altro grande centro di sottocultura a spese di tutti) e tu ti prendi il locale vicino e visto che è anche più grande ci paghi una differenza sopra”. L’assessore definisce questa operazione una “permuta”. Sarà, ma a me sembra un taglieggiamento in piena regola; un ricatto stile Chicago anni ’30.
L’onesto cittadino accetta per uscire dall’impasse e dopo 7 mesi (siamo a febbraio 2006) il comune di Roma gli manda la letterina con l’accordo da realizzarsi entro 2 mesi. Ne sono passati altri 5 e nulla è stato fatto. L’ingenuo cittadino continua a pagare il mutuo su una proprietà che de facto non è più sua ed in più quasi 5.000 euro di Ici al Comune di Roma. Nel frattempo i fanciulletti rivoluzionari prendono dal Comune di Roma finanziamenti per fare manifestazioni culturali in uno spazio che il Comune sa essere stato usurpato ad un privato.
Questa storia è raccontata nei minimi particolari da Massimo Malpica sulla cronaca di Roma de Il Giornale.
Morale: in un paese in cui un governo ha provato a sovietizzare la Telecom non ci si dovrebbe stupire che l’esproprio proletario diventi legale. Ma per ora ancora non lo è. Nella Roma veltroniana il Comune non solo legittima e finanzia occupazioni di luoghi pubblici (che non vuol dire che sono di nessuno ma al contrario che dovrebbero essere di tutti e non solo degli amici di Veltroni); adesso legalizza anche l’occupazione delle proprietà private. Quando in una città si legalizza l’illegalità qualcosa non funziona. Ma intellettuali e giornalisti non hanno il tempo di dirlo: c’è ancora da presentare il romanzo del sindaco…