“Un popolo si spinse sull’orlo del baratro, verso il suicidio della rivoluzione, andò contro carri armati e mitragliatrici a mani nude perché aveva capito che si voleva la distruzione del suo spirito, della sua identità, della sua umanità”
(Sándor Márai)


Ieri le agenzie battevano frenetiche le dichiarazioni del Presidente della Camera in visita in Ungheria. A rendere omaggio alle vittime della repressione comunista del 1956, il popolo italiano era rappresentato dal leader di un partito che vuole “rifondare il comunismo”. Niente di scandaloso per carità… è il paradosso della storia. Ma le dichiarazioni di Bertinotti ci hanno colpito, per quel ritmo incalzante, ossessivo, ripetitivo della parola “Oggi“:
Oggi portiamo riconoscenza agli insorti del ’56″ (Adnkronos delle 11:13).
Oggi si è capito che tutte le ragioni stavano dalla parte degli insorti, e tutti i torti, stavano dalla parte della repressione sovietica” (Ansa delle 13:51).
Oggi non ho difficoltà a dire che nel giudizio sul partito comunista sovietico aveva ragione Nenni” (Adnkronos 14:13).
Oggi questa è una verità condivisa” (Adnkronos delle 15:08).
Oggi, oggi, oggi, oggi.

Si, va bene; ma ieri? Bertinotti si difende: ”Io nel ’56 avevo solo 16 anni”. E’ vero. Più o meno l’età di molti dei giovani che, nella follia di una guerra civile, aderirono alla RSI e per questo furono fucilati… perché dalla parte degli oppressori, perché dalla parte di chi aveva torto per la storia. Ma va bene anche questo. Lui aveva solo 16 anni, ma nel ’66 di anni ne aveva 26; nel ’76 ne aveva 36; nell’ ’86 ne aveva 46 e fino a quel momento, e anche dopo, non una critica, non un ripensamento sull’orrore del quale era stato, volente o nolente, complice.
Ma in questa enfasi dell’Oggi ripetuto di continuo, c’è il fallimento morale, l’indegnità, l’ipocrisia di generazioni di politici e intellettuali di sinistra che, al riparo della libertà dell’Occidente, hanno aiutato, giustificato gli orrori del comunismo, cresciuto generazioni dentro la gabbia di un’ideologia che è stata il peggior sistema di potere mai conosciuto. Dall’Ungheria a Pol Pot, da Mao a Praga, da Ceausescu a Ho Chi Min e fino a quelli che oggi scrivono a Fidel Castro “lunga vita caro Comandante”, salvo poi forse, tra 60 anni, rendere onore alle vittime del regime cubano cavandosela con un…Oggi.
Tra i tanti Oggi di Bertinotti ci si dimentica dei tanti che Ieri si erano schierati dalla parte degli oppressi. Molti avevano “portato riconoscenza”, “capito dove stavano tutte le ragioni”, avuto “nessuna difficolta a giudicare”, “condiviso una verità” che era sotto gli occhi di tutti…già ieri. Ma per Bertinotti e i suoi intellettuali questi tanti di “ieri” erano borghesi, fascisti, controrivoluzionari, nemici di classe.
Oggi, oggi, oggi, oggi.
Un giornalista gli chiede: “Presidente ma ha senso oggi definirsi comunisti?” Bertinotti risponde: “lo sono per tigna… il comunismo è necessario fino a quando ci sono oppressori e oppressi”. Ma un’identità che si fonda sulla “tigna” non è un segno di grande intelligenza; è l’idea di un fallimento che si riproduce per interesse e per viltà. Perché il comunismo è stata l’ideologia che più a lungo e nella maniera più terribile è stata dalla parte degli oppressori.

L’umile Anarca che dell’Oggi di Bertinotti se ne frega, ricorda che molti giovani europei Ieri partirono per difendere gli studenti, i contadini e gli operai di Budapest… ricorda che Ieri, nei concerti clandestini di generazioni di proscritti si cantava “Avanti ragazzi di Buda, avanti ragazzi di Pest… il sole non sorge più ad est”. L’Anarca che se ne frega dell’Oggi di Bertinotti ha un pensiero per coloro che nella solitudine del mondo libero, morirono per la libertà. L’Anarca di fronte ai tanti Oggi dietro cui si nasconde l’ipocrisia di una classe politica complice di un orrore più grande cita un ricordo di Ingrao che svela tutto il senso dell’oggi: “quando Togliatti apprese la notizia della repressione armata sovietica in Ungheria esclamò: Oggi ho bevuto un bicchiere di vino in più”.