L’Anarca si e’ preso qualche giorno per girovagare, tranquillo e felice, tra le verdi e sinuose colline di quella splendida regione che si chiama Marche; un sali e scendi di storia, tradizione, memoria, cultura, accompagnato dal profumo fruttato della Lacrima di Morro D’Alba che ammaliò il Barbarossa e dal gusto asciutto del Verdicchio.
E’ stato a Fabriano, dove i mastri cartai inventarono la filigrana rendendo la produzione della carta un’arte. E’ entrato nelle grotte di Frasassi, dove il tempo e l’acqua hanno scolpito per millenni giardini di pietra e laghi di cristallo. E’ stato a Jesi dove vide la luce Federico II, stupor mundi, e dove nacque Pergolesi che ci ha regalato in musica una delle più commoventi sequenze medioevali della nostra poesia, lo Stabat Mater di Jacopone da Todi:
Stabat mater dolorosa
Juxta crocem lacrymosa
Dum pendebat filius
Ha lambito Osimo il cui nome è ancora legato alla ferita del popolo istriano. E’ stato dalla Madonna Nera di Loreto ad affidare se stesso e tutto quello che ama a ciò che è più grande di lui; lì nel santuario che conserva la casa di Nazareth, dove le pietre non furono portate dagli angeli in volo (come vuole la tradizione), ma dai crociati in fuga dalla Terrasanta.
Insomma, un viaggio in un pezzo d’Italia che forse si conosce poco, che è parte della nostra identità, di ciò che tutti noi siamo. Come dentro una macchina del tempo ha attraversato i secoli, la memoria, le ferite ancora aperte, la devozione al mistero.
Poi, ad un certo punto, uno schiaffo lo ha svegliato bruscamente. E’ passato per Castelfidardo, piccolo borgo medioevale dove nel 1860 i piemontesi sconfissero i pontifici aprendosi la strada per la conquista di Ancona, e lì ha trovato una via che è l’emblema dell’Italia di oggi: l’italietta schizofrenica e ipocrita… quella più stupida e insensata. La via è quella della foto dedicata a Che Guevara, nel punto in cui le colline degradano verso il mare.
Solo un’idiozia malsana poteva realizzare un capolavoro toponomastico del genere. Beffa, ignoranza, stupidità ideologica, l’Anarca non riesce a spiegarsi come sia possibile dedicare una strada ad un aguzzino che ammazzava con le sue mani i bambini di 12 anni in nome di una rivoluzione folle e che diceva di amare l’odio perché “rende gli uomini freddi e selettivi e li trasforma in perfette macchine per uccidere”.
Il viaggio nel tempo è finito… si torna alla misera Italia di oggi: ‘fanculo ai mastri cartai di Fabriano, al tempo lento che scorre nelle grotte di Frasassi, a Federico II, a Jacopone da Todi, alla casa di Nazareth e agli esuli istriani; ‘fanculo a tutto quanto quello che l’Italia ha dato nei secoli alla civiltà.
La strada di Castelfidardo è un inno all’imbecillità dell’homo sapiens… italico.