Che nessuno tocchi Caino… ok, ok…. mi avete convinto! Nessuno si azzardi a toccarlo quello stronzo di Caino. E non perché sennò Pannella ricomincia con il solito sciopero della fame, della sete, del sonno, del respiro…no; ma perché chi tocca Caino diventa anche lui un Caino. Mi avete convinto e non voglio diventare come lui. Non ora almeno. Non in questo Occidente stanco e morente che vive nascosto nei suoi sensi di colpa perché è incapace di leggere la storia, il suo divenire e la tragicità che ci abita. E senza scomodare Cesare Beccaria, io lo so che la pena di morte “non è utile, né necessaria” ma è un arbitrio; e che sotto quella ghigliottina scintillante, seduta su una comoda sedia elettrica o davanti a un plotone d’esecuzione, l’umanità si arresta e il giudizio tra ciò che è bene e ciò che è male viene sospeso.
Io amo Dostoevskij e la sua capacità di andare a fondo come un sasso dentro la realtà; anche Dostoevskji fu condannato a morte e poi graziato davanti al plotone d’esecuzione. Il principe Myskin, il suo Idiota, racconta che l’orrore della pena capitale è nella certezza di non poter sfuggire a quel destino, la fine di ogni speranza. “Conducete un soldato davanti ad un cannone, collocatelo lì e tirategli addosso: continuerà a sperare; ma leggete a questo stesso soldato la sentenza che lo condanna con certezza, ed impazzirà o si metterà a piangere. Chi ha detto che la natura umana è in grado di sopportare questo senza impazzire? Perché un affronto simile, mostruoso, inutile, vano? Forse esiste un uomo al quale hanno letto la sentenza, hanno lasciato il tempo di torturarsi e poi hanno detto «va’, sei graziato». Ecco un uomo simile forse potrebbe raccontarlo”. Quest’uomo era lui.
Eppure c’è una parte peggiore di me che non mi lascia libero; la parte che non ne vuole sapere di entrare nel club degli uomini illuminati… dalla ragione e dal cuore. Quella parte peggiore di me che vuole rimanere al buio del suo vim-dicare e che delle luci accese al Colosseo se ne sbatte altamente. E’ il mio demone terribile che non pensa a Beccaria ma a Kant: “la pena di morte è un imperativo categorico”. Che pensa al macellaio di Erba e di fronte ad uno che sgozza un bimbo di due anni e massacra a coltellate mamma, nonna e vicina di casa non riesce proprio a cercare motivazioni sociologiche, non riesce ad arrestare il proprio disprezzo e il proprio odio perché se non c’è un limite all’orrore ci dev’essere un limite al perdono.
Può essere mai compresa, oltre la pietà, una condanna a morte? Provo a fermare le emozioni e a riguardare l’immagine di Saddam davanti al nodo scorsoio, sforzandomi di rileggere la storia. Provo a trovare un senso all’orrore dicendomi che quel Caino lì non era un povero nero del Tennessee processato da un giudice del Ku Klux Klan. No. Quel tizio è stato uno spietato aguzzino; uno che non ha esitato a gasare migliaia di donne e bambini, a ordinare massacri, torture, processi sommari; uno che ha messo in piedi una delle più terribili macchine repressive che questo scorcio di tempo abbia conosciuto. Poi, a riflettere bene ti accorgi che il vero scandalo dell’esecuzione di Saddam non sta nell’esecuzione in sé. Sta in quel film dell’orrore che ha sconvolto le nostre coscienze. Nell’antro del castello in cui era ambientato, in quegli orchi con i cappucci neri. Sta in quello sguardo perso nel vuoto… perché noi non siamo Hemingway
e a noi, gli occhi di un uomo che muore, fanno ancora terrore. O forse perché stiamo lontani dai luoghi dell’orrore, fuori contesto e davanti alla tv, seduti nel salotto di casa, quegli occhi sgranati sembrano figli di un terrore ancora più grande. Perché se Saddam l’avessero impiccato in silenzio, senza telecamere, senza dirette, senza Skynews24 che annunciava l’eurovisione come fosse la finale dei mondiali, senza telefonini, urla, e ce lo avessero fatto trovare bello e composto dentro un bel sudario… forse ben pochi, nel mondo libero dell’Occidente umanitario, si sarebbero scandalizzati.
Perché questo Occidente arcobaleno è, diciamocelo con franchezza, un po’ schizofrenico. Perché tutti i Caino sono uguali ma qualcuno è meno uguale degli altri. Perché se un legittimo tribunale manda a morte un feroce dittatore dopo un processo avvenuto sotto gli occhi di tutto il mondo, garantendo all’imputato un collegio di difesa internazionale e quelle garanzie che lui ha sempre negato agli altri, noi alziamo lo sdegno del nostro umanitarismo. Se invece Fidel fa fucilare due disperati che provano a scappare da Cuba i nostri intellettuali e i nostri politici più buoni fischiettano girandosi dall’altra parte e le fiaccolate sotto il Colosseo col cavolo che si fanno.
Io però lo so che Caino non si tocca. Non mi spiego bene il perché e le stronzate sociologiche non mi convincono; non m’interessa se anche Abele ha avuto le sue colpe con quell’aria da primo della classe. E magari anche Adamo ed Eva, se lo facevano stare di meno davanti alla tv, se lo coccolavano di più, se lo mandavano a scuola, forse Caino non sarebbe diventato Caino. E anche il Padreterno se invece di trovargli un lavoro da contadino lo faceva sindacalista al massimo avrebbe fatto uno sciopero contro Abele. Ma questa storia che se Caino è Caino la società ha le sue colpe non mi convince. Perché la responsabilità personale è la misura della libertà; ed è il libero arbitrio che fa di Caino un essere diverso dal mio cane che non potrebbe barattare il suo istinto con la mia libertà.
Eppure rimango convinto che Caino non si debba toccare… qualcosa me lo ordina da dentro… con tanti se e tanti ma.
Ma va bene. Che Caino non si tocchi! Illuminiamo a giorno il Colosseo ché il buon sindaco di Roma ha detto che : “da qualche anno questo è un posto simbolo di pace e riconciliazione”, dimenticando che da qualche secolo prima di lui, lì davanti al Colosseo i papi celebrano la via Crucis… e quel cammino di sofferenza fino al Golgota, sotto il peso della Croce è il simbolo da sempre dell’innocente assassinato, sacrificato al patibolo della storia, per redimere col suo sangue la follia del mondo. Perché è quella croce che oggi ci fa comprendere il senso dell’essere uomini; il senso umano non solo religioso. Quel patibolo con quell’uomo appeso ci regala il limite e la grandezza delle umane cose e di ogni singolo uomo fatto a immagine e somiglianza di Dio e per questo inviolabile.
E condivido quello che Veltroni dice: “la pena di morte: la più odiosa e inumana delle pratiche di Stato che stravolge il diritto e trasforma la giustizia in una inaccettabile quanto inutile vendetta”.
Ma la parte migliore di me, quella che si convince talmente che la vita è sacra, vorrebbe che queste belle parole venissero dedicate anche a quell’altra pena di morte; quella di cui nessuno parla. Quella per cui l’Occidente non chiederà mai moratorie. Quella che ogni anno produce oltre 50 milioni di esecuzioni. Quella pena di morte che si chiama “aborto”. E mi piacerebbe ritrovarmi un giorno sotto il Colosseo illuminato, con i politici buoni a dire anche questo: “l’aborto legalizzato: la più odiosa e inumana delle pratiche di Stato che stravolge il diritto e trasforma la libertà della donna in un inaccettabile quanto inutile arbitrio”.
La parte migliore di me che pensa che in fondo anche a Caino dev’essere data una possibilità, si domanda perché non debba essere data ad Abele. Perché se la pena di morte contro Caino ci fa orrore… la pena di morte contro Abele dovrebbe farcene di più.
Immagine: Hieronymus Bosch, Cristo che porta la Croce, 1490