Doveva essere la nuova primavera del Paese, così ci avevano detto quella sera a piazza SS. Apostoli. Dopo neanche un anno la primavera è diventata “l’inverno del nostro scontento” per dirla con Nicola Rossi. Non che noi ci avessimo creduto molto: rondini quella sera non se ne vedevano, qualche beccaccia si ma se una rondine non fa primavera figurarsi le beccacce. Ma questo salto improvviso dalla primavera all’inverno, senza neanche un giorno d’estate per farsi un bagno nel mare proletario di Capalbio o di Sabaudia, ha sorpreso anche noi.
Prima quella storia della Fase 1 che doveva diventare
Fase 2. Ci avevamo sperato, avevamo pensato: “finalmente hanno capito che razza di boiata hanno fatto!”; invece alla fine tratta di qua, rimangia di là, traccheggia di sopra, boccheggia di sotto, la Fase 1 è diventata una Fase 1bis ”Dobbiamo contrastare la caricatura giornalistica della fase 2: non è stata pensata in alternativa alla fase 1 ma per consolidarla” (Piero Fassino, Asca del 9 gennaio 2007). Eppoi, siccome le parole di un leader sono certezze granitiche, sette giorni dopo a Porta a Porta, lo stesso Fassino ha detto: “io penso che da Caserta sia uscita la fase 2”. Nel frattempo mentre Fassino sta ancora cercando di sciogliere l’enigma, i centristi di Formiche scrivono che bisogna passare dal Piano A al Piano B: “è il momento in cui è necessario mettere in campo uno sforzo di fantasia e, se c’è coraggio, un piano B. Il piano A finirà infatti per portare ad esiti imprevedibili e incontrollabili, del tutto opposti a quelli desiderati”. Insomma dal piano A al piano B nella speranza di non finire al piano terra perché poi si deve scendere, il tutto incrociando la fase 1 che, dopo una breve fase 1bis, ha portato alla fase 2 del dopo Caserta. Chiaro no? Talmente chiaro che Nicola Rossi ha capito tutto e si è infilato cappotto e cappello e se ne è andato sbattendo la porta. Anzi no, l’ha lasciata un po’ socchiusa sperando che qualcuno lo seguisse e così è stato; Franco De Benedetti ha detto che “rinnovare la tessera dopo la prova non esaltante di Rutelli e Fassino a Caserta sarebbe ridicolo”. Peppino Calderola ha fatto di peggio: è rimasto ma si è arreso e, giusto per non fare male a nessuno, ci ha scritto sopra un articolo per il Corriere della Sera così che la cosa rimanesse tra pochi.
E il problema dei DS si è allargato al Partito Democratico: la Bresso non è d’accordo sull’impostazione culturale; Fabio Mussi mena fendenti con la mano sinistra (
l’idea del partito democratico è un’idea manifestamente fallita, che procede per inerzia”), Cacciari risponde con la destra (“Questo PD è solo un contenitore“). E quando Repubblica svela la prima bozza del manifesto del futuro PD, dal giornale di De Benedetti (il finanziere non il politico, quello che il futuro Partito Democratico lo avrebbe già comprato) ci si aspetterebbe toni trionfalistici, entusiasmi, enfasi di sorta… e invece l’articolo sembra già un necrologio.
Insomma se i Ds
“evaporano”, come dice Mussi,
il Partito Democratico “fa acqua da tutte le parti” come dice Gavino Angius; manca che “la casa brucia” e “il progetto sta a terra” e i 4 elementi dell’universo ce li abbiamo tutti. La sinistra italiana da europeista diventa presocratica.
In questo frullatore, quello che continua a fare la figura del pirla è sempre il povero Fassino (forse il meno peggio ed il più onesto); è lui che si sacrifica e prende schiaffi. Gli altri lo mandano avanti e gli ridono dietro: uno fa finta di parlare al telefono con Condoleezza. Un altro manda lettere inutili a Repubblica.
Un terzo fa finta di fare il sindaco di Roma e nel frattempo tesse una ragnatela degna di Shelob.

Forse ha ragione il prof. Pasquino quando dice che “ci sono molti leader nel centro sinistra ma non c’e vera leadership cioè capacità di mediare, di guidare e decidere”. O forse il problema è che la sinistra italiana, per diventare veramente riformista, dovrebbe smettere di essere la sinistra italiana: quella straordinaria sinistra che ha fatto la storia d’Italia, la resistenza, la lotta di liberazione (con qualche piccolo eccesso in Emilia e in Toscana, che l’Iraq di oggi sembra un luogo di educande); quella straordinaria sinistra che ha guidato il movimento operaio con un occhio sempre ai padroni, che ha cavalcato la guerra fredda a suon di rubli, che ha inventato l’imbroglio dell’eurocomunismo, che ha governato dietro le quinte il giustizialismo di mani pulite azzerando l’unico vero riformismo che a sinistra si era prodotto in 30 anni… quello craxiano. Ma sopratutto la sinistra che ha costruito, unica in Europa, il sistema di potere clientelare, parassitario, economico-finanziario più forte: quello dei sindacati e delle cooperative. Sistema di potere che ovviamente è anche base di consenso e di voto e quindi, per ora, irrinunciabile.
Perché la questione sta tutta lì, oltre le lenzuolate di Bersani. Quando Sergio Chiamparino dice
“quello che ha fatto Gonzales dopo la caduta di Franco e quello che ha fatto Blair dopo la Tatcher assomigliano più o meno a come io immagino e sogno la nascita del Partito Democratico in Italia”, fa un’analisi giusta e corretta su come alcune sinistre europee sono diventate moderne. Ma il problema italiano è un altro. Ve lo immaginate voi Felipe Gonzáles al telefono con el señor Consorte dire: “¿tenemos un banco?”.