Ogni volta che leggo qualcosa del card. Martini ringrazio lo Spirito Santo di aver vegliato instancabile in quei giorni di conclave di un Aprile in cui tutti ci sentivamo un po’ più soli; lo ringrazio di aver albergato nel cuore di quei santi uomini riuniti e di averli illuminati della Sapienza, così da evitare che ci capitasse Papa uno come Martini.
Io e Welby e la morte,
l’articolo che l’anziano prelato ha pubblicato domenica sul Sole 24Ore, colpisce non per ciò che dice ma per quello che non dice, come quasi tutte le cose che Martini scrive. Quelle colonne sono piene di vuoto. Un vuoto tanto più drammatico e pericoloso perché proviene da un uomo di Chiesa che sa che quel vuoto verrà riempito da interpretazioni arbitrarie e contraddittorie. In quel vuoto c’è l’assenza di una parola ferma che agganci la dottrina ad una interpretazione chiara, priva di fraintendimenti. In quel vuoto c’è il solito, noioso gioco del sottinteso con cui la Chiesa debole prova a dialogare con il mondo sperando di accattivarsi la sua simpatia. Ma un pastore non deve lasciare spazio ai sottintesi ma rivendicare il valore di un’antropologia cristiana che dovrebbe essere premessa ad ogni riflessione. Il card. Martini se la dimentica spesso come fosse un surplus da omettere. Applica un principio di “finanza creativa” all’etica (tolgo di qua, ometto di là) in modo tale che alla fine il bilancio quadri e lo spirito del tempo dei suoi interlocutori ne esca soddisfatto. È il paradosso sta proprio qui: Martini, nel suo articolo, in realtà non lascia spazio all’eutanasia e non critica la decisione della Curia romana di negare i funerali religiosi a Welby. Eppure l’intero mondo laico e progressista lo interpreta così; interpreta le sue affermazioni come aperture ad un pensiero che non è della Chiesa. E questa ambiguità è il segno di un errore che è profondo e radicato nella cultura cattolica progressista: l’errore di fondare il dialogo sulla necessità di farsi accettare, di farsi piacere a tutti i costi evitando di affermare i punti di partenza di una verità che per un cristiano sono irrinunciabili.
Ma il rischio di questo gioco oggi è grande per questo la Chiesa sta cambiando la sua strategia
come ricorda mons. Ravasi: “Viviamo il tempo dell’amoralità. Fino a qualche anno fa l’atteggiamento era: “Seminiamo e qualcosa resterà”. Oggi il seme si disperde, l’operazione che si sta facendo è fendere la nebbia dell’amoralità con luci forti. (…) Non è più tempo soltanto di verità penultime, come l’impegno sociale, ma di annunciare le verità ultime, capitali, decisive e discriminanti: vita e morte, bene e male, giusto e ingiusto, amore e sesso. In questi casi qualche volta anche l’urlato, l’uscita con la punta, per tagliare la mucillagine, è fondamentale. Cosa che non si fa, nemmeno all’interno della Chiesa stessa. Il rischio è sempre che la nebbia ci avvolga”. Già il rischio è quello e il card. Martini è ormai un uomo della nebbia. Le sue parole e i suoi scritti emanano luci opache, toni grigi che si confondono con il mondo, che non orientano.
C’è una parte della Chiesa che ha paura di rompere con lo spirito del tempo; che vuole farsi accettare e amare da tutti; che confonde il dialogo con l’equivoco dei punti di partenza. L’articolo di Martini è emblematico di questa confusione. Martini sa che il suo richiamo all’accanimento terapeutico in riferimento al caso Welby è improprio e ambiguo poiché lo stesso Consiglio Superiore di Sanità,
nel parere del 20 dicembre 2006,
ha affermato che il trattamento cui Welby era sottoposto non configurava il profilo dell’accanimento terapeutico.
Martini sa che il principio dell’autodeterminazione del paziente in bioetica è un principio ristretto che si limita al consenso consapevole dell’atto medico.
Martini sa che per la Chiesa il confine tra una possibile “limitazione dei trattamenti” e l’abbandono terapeutico è un confine labile (come ha ricordato Ruini nella sua
prolusione) e che rischia di legittimare quella cultura necrofila che vuole la morte come unica soluzione alle malattie degenerative e invalidanti. Per questo quell’articolo è uno sbaglio, perché non affronta questi aspetti.
La Chiesa progressista, quella di Martini e di Tettamanzi, quella dei focolarini e della comunità di S.Egidio, quella dei boy scouts con le bandierine arcobaleno e dei teo-dem che mescolano “parrhesia” e ignoranza, è la Chiesa che non vuole capire che per un credente i dilemmi etici non sono incidenti di percorso ma sono il limite e la misura che danno valore alla domanda di senso. Per la cultura laica, definita tra libero arbitrio e progressismo scientifico, il dubbio etico spesso è solo un rallentamento, un inutile ostacolo che la libertà individuale deve provvedere a rimuovere. Lo scientismo (non la scienza ma l’ideologia della scienza) è dogmatico come la religione; si basa anch’esso su un antropologia di partenza che però è esattamente l’opposto di quella cristiana.
La Chiesa di Martini è la Chiesa che piace molto agli intellettuali, ai salotti del capitalismo laico e a quelli radical chic; ma è anche la Chiesa che non piace al popolo di Dio che forse, dai suoi pastori, non si aspetta la nebbia… ma qualche luce forte. Gorge Weigel nel suo libro su Benedetto XVI, ricorda i funerali di Don Giussani a Milano, il 22 febbraio 2005. Giovanni Paolo II volle che fosse Joseph Ratzinger a celebrarli. L’omelia di Ratzinger cominciò così: “Don Giussani era cresciuto in una casa povera di pane, ma riccca di musica e così fin dall’inizio fu toccato, anzi ferito, dal desiderio di bellezza (…) e così trovò Cristo”. L’omelia di Ratzinger durò 20 minuti e alla fine fu accolta da “un’intensa standig ovation di migliaia e migliaia di ragazzi, ragazze, uomini e donne. Poi finita la messa “il cardinale Tettamanzi si alzò per pronunciare alcune parole di commiato e quando finì ci fu silenzio nel duomo”. Il freddo “pastore tedesco” aveva entusiasmato la folla; il cardinale progressista e benvoluto dagli intellettuali laici, l’aveva lasciata indifferente. Una Chiesa che parla senza dire nulla e in quel nulla lascia spazio a tutto, sarebbe meglio stesse in silenzio.
Giacomo Biffi, uno di quei cardinali che non scrive sul Il Sole 24Ore né su Repubblica e che non gli importa di piacere al mondo, ha pubblicato un libro straordinario: “Contro Maestro Ciliegia”, una lettura teologica della favola di Pinocchio carica di umorismo e di ironia. Biffi ricorda che il cristiano, come Pinocchio, è un “disadattato del mondo” e che la Chiesa, come la fata turchina, è una realtà “inaudita” perché “la più viva preoccupazione della Chiesa non deve essere quella di rendersi più credibile – cioè più conforme alla mentalità e alle attese degli uomini- ma al contrario di mantenersi «incredibile», perché solo così può essere riconosciuta come Chiesa e suscitare la fede”.
Chissà se il cardinale Martini ha mai letto la favola di Pinocchio…
update: il commento migliore all’articolo del card. Martini l’ho trovato qui, in 3 righe