Tutto secondo copione. La fiducia è stata votata come avevamo previsto e come avevamo auspicato. Il Prodi 2, che in realtà è un Prodi 1 ma “più forte e coeso” (sic) è il peggior regalo che questa sinistra poteva fare al paese; ma, detto fra noi, il miglior regalo che poteva fare al centro-destra. E mentre si consumano scene di applausi preparati, sorrisi, strette di mano, pacche sulle spalle, sospiri di sollievo, facce da culo; mentre registriamo con soddisfazione che l’aspirina di Scalfaro ha fatto effetto, che Follini si sente per un giorno il card. Richelieu, che Russo Spena chiede la luna e non sa che fra un po’ ce lo manderanno… sulla luna, ci godiamo il teatrino accompagnando una riflessione sui Ds e sulla loro incapacità di diventare soggetto determinante nello scenario politico italiano. Questo perché la crisi dell’esecutivo e la morte della “nuova primavera ulivista” non sono solo un incidente di percorso; non sono solo la fine di Romano Prodi e di un modo indecente di concepire la politica e gestire il potere in una democrazia moderna e complessa come la nostra; ma sono il frutto di un fallimento decennale di una sinistra che continua a dibattersi tra riformismo e massimalismo, tra la dimensione europea e occidentale e il qualunquismo pacifista.
A 13 anni dalla discesa in campo di Berlusconi e l’invenzione del centro-destra come soggetto politico innovativo, dall’altra parte, gli eredi del Pci, non hanno saputo costruire ancora le condizioni per esprimere una leadership autorevole, credibile e un progetto per il paese attuabile. Certo c’è l’Ulivo, l’Unione, magari ci sarà il Partito Democratico se De Benedetti non si stanca prima e Veltroni la smette di giocare con le figurine Panini, ma all’interno di tutti questi processi i DS stentano a dettare le regole e ad imporre le condizioni per far valere il peso della loro tradizione politica. Questi giorni di crisi continuano ad alimentare lo stato di confusione diessina. Nel crescendo di cazzate che Prodi continua a dire è chiaro che il suo governo è sempre più un ombra messa sullo sfondo di uno scenario in movimento; è ormai un capitolo archiviato nel conto alla rovescia della politica italiana che è ormai partito. Ora la scena si sposta altrove, nelle manovre in atto per ridisegnare spazi di azione di partiti grandi e piccoli, nei sogni ambiziosi dei piccoli leader, negli intrallazzi di una politica debole ed insicura. E in questo trambusto quello che emerge a sinistra (ancora più che a destra) è l’assoluta mancanza di un progetto politico per il paese e di una strategia a tappe per realizzarlo, all’infuori di un Partito Democratico che non sembra nato sotto i migliori auspici e che molti vorrebbero già morto.
Il problema è che non si può pensare di fare politica fondandola semplicemente sull’odio per l’avversario. La politica è qualcosa di leggermente più complesso di una turba psichica post ’89, di una nevrosi collettiva generazionale, della frustrazione da eterni sconfitti della storia. E questa “nuova primavera dell’Ulivo” rischia di creare ai DS più danni del crollo del muro di Berlino, della fine del comunismo e delle lacrime di Occhetto.
Dall’imbroglio delle primarie in poi la dirigenza Ds si è infilata da sola dentro una gabbia fatta di errori a ripetizione e rese continue verso i propri alleati. I Ds sono quelli che hanno investito di più in questo Governo raccogliendo di meno. Quando Prodi è stato costretto alle dimissioni in molti hanno perso l’occasione per una svolta importante. L’hanno persa a destra incaponendosi nella richiesta di impossibili elezioni anticipate; l’hanno persa a sinistra nel non capire che il prezzo che si sarebbe pagato liquidando Prodi (prezzo di una sconfitta evidente) sarebbe stato di gran lunga minore di quello che pagheranno ora continuando a tenerlo in piedi. Se i leader della sinistra avessero optato per una soluzione diversa (governo tecnico o istituzionale), se avessero avuto la capacità di leggere la politica fuori da schemi superati, se avessero con forza imposto una scelta diversa avrebbero visto aprirsi davanti a loro scenari, forse più complessi, non immediati ma più rosei a medio termine. Non solo, ma con una mossa a sorpresa avrebbero potuto scompaginare lo scenario, riacquistare potere di interdizione nella loro coalizione e mettere in grossa difficoltà il centro-destra in questo momento in grande fibrillazione tra la consapevolezza di non poter riproporre Berlusconi sic et simpliciter e la necessità di individuare un percorso unitario che ora non c’è. Invece hanno dato retta alla pancia e non alla testa. Hanno seguito l’istinto e non la ragione. Hanno regalato ai pigmei della loro coalizione i Giordano, i Diliberto, i Mastella, l’iniziativa e questo è il risultato che loro pagheranno per primi.
La genialità in politica è innanzitutto la capacità di spiazzare, di rendersi imprevedibili, di provocare accelerazioni incontrollate, di costringere gli altri a venirti dietro ad inseguirti sul terreno che tu decidi; ciò che spesso ha fatto Berlusconi in questi anni. Perché la politica è innanzitutto rapporti di forza all’interno di un dinamismo che va gestito e determinato. Al contrario, le mosse politiche della dirigenza Ds sono sempre più scontate, banali, prevedibili, balbettanti, impaurite.
Quando D’Alema, con i suoi scatti umorali che da sempre ne segnano il limite politico,
auspica un’alleanza con i nuovi democristiani, sancisce la fine della sinistra italiana. Non solo perché la riedizione di un compromesso storico con Fassino o Veltroni, Rutelli o Casini, al posto di Berlinguer e Moro, non è proprio la stessa cosa. Ma soprattutto perché sembra non vedere che i Ds non sono il Pci; non hanno più il 30%, non sono l’asse dell’equilibrio del sistema politico e subiscono a sinistra una concorrenza spietata che genera erosione di consensi e legittimità in settori sociali che da sempre sono stati il loro bacino di voto, senza aprirne altrove. Continuare a rincorrere pezzi del centro-destra dentro uno scenario in continuo movimento è un segno di miopia; oggi è Casini come ieri era la Lega “costola della sinistra”.
La leadership diessina dovrebbe avere il coraggio di prendere in mano la situazione e porsi al centro dei processi politici come non ha mai fatto in questi anni. Proporre un patto forte con Forza Italia e An per rinforzare il bipolarismo non per indebolirlo, riconoscere il fallimento dell’esperienza governativa e promuovere al più presto un governo tecnico che consenta loro di uscire dalla palude nella quale Prodi li ha invischiati. Altrimenti il rischio è divenire subalterni a un grande centro o rincorrere Bertinotti a sinistra; insomma fare la sinistra del grande centro o fare il centro della sinistra radicale, comunque non sembra un grande progetto.
Se il Pd dovesse fallire, l’intera classe politica diessina ne sarà travolta perché l’aggregazione di un polo riformista avverrà comunque ma al centro. A quel punto il destino dei Ds può finire in un paradosso: il tracollo di una classe dirigente che scioglie la complessa eredità di Berlinguer nell’unica e deprimente scelta possibile: tornare comunisti o morire democristiani. Niente male.