Sono d’accordo: non è uno scontro di civiltà. Lo scontro è tra una civiltà (la nostra) e l’ideologia jihadista. Quindi tra una civiltà e una non-civiltà. Tra ciò che, con molte contraddizioni e qualche stortura, produce libertà, benessere, cultura, diritti umani e ciò che prova a distruggerlo. Scrive uno dei pochi intellettuali liberi che ancora abitano nella nostra quasi Eurabia, André Glucksmann: “la civiltà si unisce innanzitutto contro. Contro ciò che la distrugge”.
Lo scontro in atto è politico, militare ma soprattutto psicologico. Si gioca in Iraq, in Afghanistan, in Medio Oriente, nel Maghreb, ma anche qui a casa nostra. Qui da noi affonda le sue ragioni in un terreno paludoso fatto di stanchezza psicologica, crisi demografica, immigrazione incontrollata, multicluturalismo fallito, perdita di identità storica e culturale, aggressività di una religione da sempre incline alla sopraffazione, ma sopratutto nei sensi di colpa di un Occidente in preda agli isterismi di una cultura qualunquista e di sinistra orfana del proprio fallimento storico ma legata ancora all’odio verso quello stesso Occidente che le consente di esistere. Una schizofrenia più che una contraddizione.
E questo scontro, che molti si ostinano a non vedere, si adegua alla moderna società dell’informazione e ha nel mondo dei media e nel loro potere di condizionare l’opinione pubblica, l’arma strategica più importante. Michael Novak, in un curioso saggio di qualche mese fa pubblicato su Weekly Standard, immagina di essere un islamista nell’atto di scrivere un manuale di proselitismo sulla base degli insegnamenti ricavati dalle guerre in Iraq e Afghanistan. Riconosce che oggi “lo scopo della guerra è innanzitutto politico, non militare; psicologico, non fisico. Lo scopo principale della guerra è dominare ciò che il nemico immagina o pensa della guerra”, così da condizionare le scelte dei leader occidentali e costringerli alla resa. Basta imporre ai media americani, “i migliori alleati degli islamisti”, l’immagine deformata di ciò che succede; con pochi seguaci e qualche atto eclatante far apparire la sfida di un Iraq democratico come una sfida irrimediabilmente perduta, diffondendo sfiducia e l’immagine di un caos ingovernabile. Sarà l’opinione pubblica americana a condizionare poi le scelte dei propri leader. Come successe in Vietnam.

Novak però si limita all’impatto dei media sul pubblico occidentale. Tralascia il ruolo dei media sull’opinione pubblica islamica. In questa dinamica mediatica volta ad indebolire l’Occidente di fronte al mondo islamico, rientra la strategia dei rapimenti dei cittadini occidentali. Viviamo in un sistema in cui la velocità di trasferimento di un messaggio è incontrollabile: se io starnutisco in inglese sul Tamigi il mio starnuto viene tradotto in tempo reale in Pashtun sulle montagne di Kardahar; è una regola elementare della globalizzazione dell’informazione che i nostri avversari hanno capito molto bene. Noi ancora no.
Lo stanno capendo in Francia e in Germania che in silenzio, con grande dignità e compostezza, affrontano il dramma dei rapimenti dei propri concittadini. Lo sa il governo Blair che ha gestito la cattura dei suoi soldati e i rischi di una crisi militare gravissima con gli strumenti che una democrazia moderna dovrebbe mettere in campo: intelligence, mediazione, pressione, compromesso e moderata informazione. Non lo capiamo noi che ad ogni rapimento, spesso causato da irresponsabilità dei rapiti, mettiamo in campo il carosello di umanitari e pacifisti a cui abbiamo inoltre dato (nel caso Mastrogiacomo), chiavi in mano pure la gestione della crisi. Perché da noi ogni rapimento diventa una tragica sceneggiata napoletana. Sindaci che accendono fiaccole, sit-in di fankazzisti arcobaleno, intellettuali, comici, nani e ballerine che firmano appelli di solidarietà; e poi conferenze stampa, saltimbanchi della politica che sparlano, burattini di redazione che gestiscono la politica estera. Insomma, un crescendo di idiozia e superficialità che non ha eguali nel mondo occidentale. Non ci vuole molto a capire che ogni faccione esposto e srotolato dal Campidoglio per soddisfare la ridicola e rituale catarsi collettiva di un buonismo suicida è una vittoria talebana forse anche maggiore di un riscatto pagato. Perché l’enfasi di quell’immagine trasmessa in tutto il mondo, indebolisce l’Occidente e rinforza il talebano barbuto di fronte alla sua gente garantendogli proselitismo e appoggio. Ogni fiaccolata con l’immancabile sindaco contrito nel suo narcisismo, rende la lama di un coltello un’arma diecimila volte più potente e temibile di qualsiasi soldato occidentale e di qualsiasi aspirazione alla libertà. Ogni volta che un politico occidentale o un intellettuale, con una dichiarazione irresponsabile, delegittimano i barlumi di esperienza democratica in questi paesi e coloro che li stanno portando avanti, compiono un danno politico maggiore di una sconfitta militare. Forse è questo il motivo per cui nessun sindaco di Parigi o Berlino gioca con le immagini dei rapiti dalla torre Eiffel o dalla porta di Brandeburgo. Forse è questo il motivo per cui nessuna democrazia seria fa diventare Gino Strada ministro degli Esteri e uno come Vauro cantore di corte.
La guerra dei media è, proprio in questo momento, fondamentale per sancire l’equilibrio tra noi e loro e garantire speranza a quella parte del mondo islamico che vuole uscire dalla barbarie. Questa guerra l’Occidente forse la sta perdendo. Di sicuro l’Italia dei grandi giornali, dei giornalisti arcobaleno e degli intellettuali scemi, l’ha già persa.