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Del caso Calabresi abbiamo già parlato in questo post oltre un anno fa. Sottovoce, per non disturbare le parole più rumorose di quelli che pensano, riflettono, mettono in discussione sempre tutto, non per una reale spirito critico, ma perché a volte, quando si chiede instancabilmente di capire, si cerca solo di imbrogliare la verità.
Noi, che non abbiamo l’intelligenza per capire, né quella sofisticata raffinatezza di chi vive di dibattiti sui giornali, ci adagiamo sul facile concetto che negli anni di piombo ci furono vittime e ci furono carnefici. Una semplificazione che in un’epoca contorta che trasforma la storia da maestra a giustificatrice, forse non aiuta a scrutare i profondi recessi di un periodo che possiamo rivivere solo a frammenti, ma almeno serve a rendere un po’ di giustizia. E questa semplificazione che offende l’intelligenza degli uomini colti, aggiunge un giudizio netto sul ruolo degli intellettuali e della loro vanità: perché siamo anche convinti che in quell’Italia piena di tensioni sociali, dinamiche perverse, giochi di potere, in quel paese gettato verso una modernizzazione complessa, ci fu una parte della classe intellettuale indecente e vile che decise di stare dalla parte dei carnefici.
Qualche giorno fa, Vittorio Sgarbi, assessore alla cultura del Comune di Milano, in un articolo su Il Giornale, ha spiegato le ragioni per cui si è opposto all’intitolazione di una via a Camilla Cederna, intellettuale che fu in prima fila in quella campagna infame contro Luigi Calabresi che portò poi al suo assassinio. Fu lei, dalle colonne dell’Espresso, a guidare “orgogliosamente la campagna di discredito nei confronti di Calabresi” e a firmare “la lettera nella quale il commissario era definito responsabile della morte di Pinelli”. Fu lei a promuovere l’appello degli “uomini di cultura” che sempre dall’Espresso lanciarono la fatwa contro un uomo innnocente e un servitore dello Stato. Sgarbi elenca anche i nomi di questi uomini di cultura al servizio della stupidità: Norberto Bobbio, Federico Fellini, Bernardo Bertolucci, Liliana Cavani, Furio Colombo, Umberto Eco, Eugenio Scalfari, Giorgio Bocca e molti altri. Storia risaputa ma che ogni tanto conviene ricordare perché il tempo non sciolga la memoria come gli orologi di Dalì. Alcuni di loro hanno chiesto scusa ritrovando così dignità ed onore. Altri no e spesso sono quelli che ancora oggi continuano a sottoscrivere appelli per stabilire patenti di legittimità democratica e civile agli altri.
E siccome il pudore è merce rara nella nostra Italia, il giorno dopo è proprio Adriano Sofri a rispondere a Sgarbi, su Il Foglio. La risposta di Sofri sorprende perché a volte il silenzio è un dovere morale. E invece no. Adriano Sofri parla di “severità contro Camilla Cederna” per il solo fatto che non le sarà dedicata una via a Milano. Nulla rispetto alla severità crudele e ingiusta che Camilla Cederna scatenò su Calabresi. Adriano Sofri ci ammonisce sulla “combinazione tra tracotanza del giudizio sugli altri e indulgenza verso se stessi”, dimenticando che furono proprio quegli intellettuali ad essere tracotanti verso un uomo innocente nello stesso identico modo in cui sono stati poi indulgenti verso se stessi negli anni a seguire. Sofri invita Sgarbi (e in fondo noi che la pensiamo come lui) a chiedersi lealmente “se non avresti anche tu potuto aggiungere la tua firma a tutte quelle” non per giustificare ma per desiderare di capire. Domanda stupida perché la storia non parte dalle ipotesi ma dai dati di fatto. E la realtà è che quegli intellettuali, uomini e donne illustri, firmarono quell’appello. Non altri, ma loro nella piena consapevolezza del ruolo culturale e sociale che ognuno aveva e che quell’appello collettivo avrebbe amplificato. Nella certezza del male che quel gesto avrebbe prodotto.
Qualche anno dopo Camilla Cederna all’indomani dell’arresto di Enzo Tortora (che di Calabresi era amico) scrisse: “Se un uomo viene catturato in piena notte vuol dire che qualcosa di grave ha commesso”. L’abitudine vigliacca a perseguitare uomini innocenti si alimenta spesso, negli spiriti colti, di un’ironia tetra che fa venire i brividi.
Nella nostra storia recente ci sono stati uomini innocenti su cui l’ingiustizia si è abbattuta con una violenza inaudita, distruggendo vite, affetti, violando il cerchio sacro della dignità. Uomini la cui unica colpa era di essere più esposti di altri al clamore e all’invidia. Ad alcuni di loro la storia ha concesso riscatto, verità, giustizia, per quanto le ferite siano rimaste insanabili; questi uomini non hanno perso tempo a dare lezioni, hanno potuto solo rigettarsi a capofitto nella vita che era stata loro strappata come un bisogno primordiale. Ad altri, il destino non ha concesso neppure il tempo di capire.
Ci sono uomini, al contrario, che hanno seminato odio e violenza; hanno contributo a farci respirare il piombo di anni difficili. Uomini che poi uno Stato di diritto, nella complessità di percorsi giudiziari, ha riconosciuto anche colpevoli di un reato. Continuano a proclamarsi innocenti e il nostro amore per la dignità c’impone di lasciare aperto lo spiraglio del dubbio sempre e comunque. Ma questi uomini che dovrebbero accompagnare la loro intelligenza con il silenzio, sono quelli che oggi ci martellano sul bisogno di capire, evitando accuratamente di spiegarci loro il “perché”.
Sofri, riconosciuto colpevole da questo Stato, oggi parla, scrive su giornali importanti, pubblica libri, partecipa come ospite d’onore a congressi di partito, si fa fotografare in strada come una star. E’ un suo diritto che questo stesso Stato gli garantisce. Attorno a lui una rete di affetti ma anche di protezione e di potere garantisce tutto quello che ad altri è stato sempre negato. Luigi Calabresi, uomo innocente, non può più parlare. E ora, quelli che di quella ingiustizia sono stati artefici ci chiedono di capire, quando sono loro che dovrebbero spiegarci perché un uomo innocente è stato ammazzato da un branco di assassini armati di pistola, con il plauso di un branco di vigliacchi armati di penne.
A volte il più grande gesto di pietà è il silenzio. Un pudore leggero, che tra una kermesse e un’intervista, speriamo che Sofri prima o poi ci regali…

Immagine: Salvador Dalì, Persistenza della memoria, 1931