“Visco ha dato prova di senso dello Stato” (Romano Prodi sullo scandalo Visco-Gdf)

Si può essere comici involontari e tragici cantori della propria fine allo stesso tempo. In questa frase ridicola, che suona come uno scherno a chi lo Stato lo ha servito veramente, si legge l’epilogo di una delle stagioni più brutte della storia del nostro paese. In poco più di un anno la nuova primavera dell’Ulivo cantata dai cortigiani del potere intellettuale, elogiata dai saltimbanchi di redazione e dai padroni dei salotti confindustriali, è marcita nello squallore di una classe dirigente grigia, ossessionata da un potere nevrotico e arrogante come raramente si è visto. Il caso Visco e il modo in cui si è lacerato il rapporto istituzionale con un corpo dello Stato al solo scopo di salvare un governo in coma irreversibile, ha dimostrato una totale assenza di responsabilità e nello stesso tempo l’incapacità di questa classe dirigente di uscire dal pantano in cui si è infilata. La fine del governo Prodi è ormai questione di tempo. Bisognerà solo decidere quando e come; e l’opposizione ha le carte in mano per imporre trattative vincolanti a ciò che resta a sinistra di realismo e serietà politica. La volgare operazione Visco potrà rimandare di qualche mese la caduta, il tempo necessario a sistemare qualche altro imbroglio, ma ormai la strada è segnata. La conflittualità sociale è al massimo, il discredito internazionale pure. Le aree produttive e vitali del paese fremono e si agitano in maniera incontrollabile. Le ultime amministrative sono state più di una sconfitta; se si osserva il voto allargandolo oltre i capoluoghi di provincia fino ai gradi centri urbani e industriali spesso più importanti degli stessi capoluoghi, il centro sinistra è in rotta completa. Questo governo non è neanche più in grado di suscitare odio, sentimento troppo nobile per la pochezza della sua politica; al massimo suscita disgusto. Un disgusto che ora monta anche dalla propria parte. Coloro che lo hanno fiancheggiato determinandone l’ascesa, quei poteri forti che ruotano attorno al ciuffo di Montezemolo e agli editoriali farlocchi di Paolo Mieli, ora sono costretti ad inventarsi una “crisi della politica” per non dover ammettere la cazzata fatta e il fallimento della propria strategia.
La fine di questo governo segnerà il tramonto del percorso politico di Romano Prodi. Un tramonto incolore e indecoroso, degna fine di uno dei personaggi più equivoci della storia d’Italia. Dalla incredibile gestione dell’Iri negli anni di tangentopoli che solo una magistratura ideologizzata ha potuto ignorare, fino alle sedute spiritiche attorno ad uno dei più grandi misteri d’Italia. Passando per i intrecci più inquietanti di un potere che attraversa magistratura, grande finanza, sistema industriale, potere mediatico, che si interseca con le lobby tecnocratiche di Bruxelles a produrre uno spazio di negazione della politica a vantaggio di affarismi e clientele.

Ma il fallimento di Prodi è anche il fallimento epocale di questa sinistra e della cultura politica espressa in questi 15 anni. Della fine del Pci rimarranno le lacrime di Occhetto e la frustrazione di un sogno incapacitante dei suoi dirigenti: capire il mondo che cambiava. Gli eredi di Berlinguer si sono mostrati di una pochezza impressionante. Una classe dirigente assolutamente sopravvalutata, costruita a tavolino nelle redazioni dei giornali, nei cliché intellettuali, che è riuscita a perdere il contatto con il paese reale, con le sue esigenze, chiudendosi a riccio in un’autoreferenzialità che ora rischia di pagare cara. Incapace persino di pensare un leader riformista serio per battere la vitalità di Berlusconi, costringendosi per due volte a servirsi di un ambiguo boiardo di Stato e del suo sistema di potere. E questo vale sia per coloro che sono stati i protagonisti di questa stagione di governo, sia per quelli che se ne sono tenuti fuori a dare lezioncine sulla bella politica e ora volano come avvoltoi sulla carcassa di quello che rimane: in questo senso il baffo arrogante di D’Alema e i nèi intellettuali di Veltroni sono drammaticamente simili. Una generazione di vecchi 50enni noiosi nella loro arroganza intellettuale che dovranno provare a ricostruire da capo un progetto politico in grado di dare al paese una sinistra decente dopo questo fallimento; magari partendo dall’ammissione di errore di aver pensato che progetti, identità, fossero secondari rispetto alla strumentalizzazione dell’odio verso un avversario e alla sua demonizzazione. L’errore di non aver capito che a destra era sorto in questi anni qualcosa di più di un semplice “conflitto d’interessi”. Un grande progetto, contraddittorio quanto si vuole, ma unico nel suo genere, in grado di disegnare una casa comune al popolo dei moderati: cattolici, laici, liberali, conservatori, federalisti, identitari, riformisti. Un progetto moderno che l’Italia non aveva mai avuto, chiusa tra l’egemonia democristiana, la marginalità di un cultura liberale inesistente e di una destra nostalgica e fuori dal tempo.

Nei prossimi mesi per il centrodestra si apriranno praterie sconfinate da conquistare, se solo i suoi leader riusciranno a capirlo. Questo avverrà per la crisi della sinistra ma soprattutto perché le grandi sfide di questa fase della modernità sono quelle che si giocano nel campo della cultura politica di destra: la sfida dell’identità minacciata, il bisogno di legalità, il ritorno di polemos, il riemergere della religione nella dimensione pubblica, il valore dell’auctoritas come fondamento della politica. Aspetti su cui la sinistra non è in grado di porre contenuti, in Italia come in quasi tutto il resto d’Europa (la straordinaria vittoria di Sarkozy lo dimostra). Anzi quando lo fa (come è il caso di droga, immigrazione, famiglia, bioetica) o genera ultimi rimasugli di ideologia o è costretta a inseguire i linguaggi e i contenuti della destra con effetti inevitabilmente caricaturali.

Insomma, se questo è lo scenario, il caso Visco è uno degli ultimi colpi di coda di quello che verrà ricordato come uno dei peggiori governi della storia della nostra Repubblica. Sbeffeggiato dai suoi avversari, disprezzato dai suoi stessi alleati, Prodi rappresenta una maschera grottesca e perfida allo stesso tempo. Attendiamo la fine con pazienza riflettendo che se lui e i suoi sgherri non hanno mai avuto il senso dello Stato, ormai non hanno più neanche ciò che a volte è l’ultima barriera a difesa di un barlume di intelligenza e di dignità: il senso del ridicolo.