Norman Rockwell, Freedom of speech, 1943

 
In quest’epoca di solide incertezze che attraversano i nostri torridi pomeriggi romani, qualche lettura ci aiuta a riflettere e ci apre stimoli sensoriali maggiori di un buon bicchiere di Amarone. Può succedere quindi che un aristocratico signore dalla campagna inglese, un po’ dandy e molto retrò, ci dia una mano a capire che in Italia la crisi della politica strimpellata dai cantastorie dei grandi giornali, in realtà è una crisi più profonda che sta minando le basi della nostra convivenza civile.
In uno dei saggi raccolti nell’ultimo libro tradotto dall’editore italiano con l’agghiacciante titolo di “Manifesto dei conservatori”, Roger Scruton ci spiega perché, dopo un secolo di internazionalismo proletario, di ipertrofia dell’Io capitalista, ubriacati dal relativismo, ci dovremmo dannare tanto a conservare quella cosa strana che si chiama “Nazione”, invece che abbandonarci al caldo abbraccio del buonismo ecumenico tanto in voga tra le persone colte. Con assoluta naturalezza, senza bisogno di spolverare vecchi cappotti fuori moda tirati via dalla naftalina, Scruton ci spiega che la lealtà nazionale è la base di ogni vera e salutare cittadinanza. Se quest’ultima è “quel vincolo che si instaura tra lo stato e l’individuo nel momento in cui ciascuno si assume piena responsabilità nei confronti dell’altro”, essa non può essere slegata da un principio di “appartenenza comune”. Quello che consente ad estranei di fidarsi gli uni degli altri costruendo le basi di una solidarietà concreta in grado di garantire libertà, sicurezza e sviluppo economico, è il superamento di una concezione tribale o confessionale dell’ordine sociale, ma soprattutto l’obbligo di sentirsi sottoposti ad un insieme di regole condivise e accettate.
L’analisi è chiara: la nazione nasce da un territorio comune e condiviso, da un contratto sociale che porta alla necessità di una giurisdizione territoriale, da una legislazione che implica un processo politico e in questo processo politico il senso dell’identità comune. Il ragionamento di Scruton ci fa dedurre che solo la nazione riesce ad essere luogo di sovranità della politica. E non è un caso che questo schifo di Europa e questo aberrante “spirito europeo”, altro non è che il tentativo di svuotare le nazioni europee di significato per consegnare i processi politici e decisionali nelle mani delle grandi burocrazie transnazionali che rappresentano la morte della politica come luogo di decisione sovrana e di auctoritas. E’ laddove “(…) terra e legge si coniugano che si forma una vera lealtà nazionale” e con essa ruolo della politica e principio di responsabilità dei governanti, principio che i processi transnazionali annullano.
La cultura politica della destra non liberale, il cui retaggio affonda nella grandi rivoluzioni nazionali del ‘900 e nel loro tragico epilogo dell’autoritarismo dettato dalla riduzione della lealtà nazionale a nazionalismo (che Roger Scruton definisce una patologia) e di una modernità declinata nell’orrore ideologico, ha sempre guardato con enorme sospetto il principio contrattualista come elemento di negazione delle appartenenze comunitarie. Scruton smentisce esattamente questo: “(…) i teorici del contratto sociale ne scrivono come se esso presupponesse solo il pronome di prima persona singolare della libera scelta razionale. Di fatto presuppone il pronome di prima persona plurale per il quale sono già stati assunti gli oneri di appartenenza”. Non può esistere alcun contratto sociale senza un legame di appartenenza che dia senso alla relazione tra i membri.
Le riflessioni di Scruton ci aiutano a comprendere aspetti essenziali di alcune dinamiche geopolitiche contemporanee (come ha giustamente notato l’ottimo Mariniello per l’attuale crisi palestinese). Ma soprattutto ci fanno capire che la crisi che attraversa il nostro paese è più profonda e radicale e coinvolge anche quei soggetti sociali che cercano di tirarsene fuori denunciando una crisi della politica (sindacati, intellettuali, mondo dell’economia ecc.). Non è semplice crisi di una classe politica che i poteri forti alimentano nei loro giornali per accelerare la sostituzione con abili fantocci decisi da loro. La crisi del nostro paese è innanzitutto tutto crisi del rapporto tra cittadinanza, identità e lealtà nazionale a tutti i suoi livelli. Una crisi profonda che paradossalmente si risolve solo ricostruendo il tessuto sociale fondandolo su una cittadinanza comunitaria e su un senso di appartenenza che è memoria storica e identità nazionale. Linguaggi e concetti che appartengono da sempre alla cultura politica della destra.
Lasciando tranquillamente Don Milani alle pippe mentali della sinistra più vuota della storia, la cultura politica della destra (semmai c’è) farebbe bene a tirare fuori dalla soffitta dei propri sensi di colpa queste idee, ripulirle dalla polvere della retorica e a renderle progetto politico.
 
 
Immagine: Norman Rockwell, Freedom of speech, 1943