Attenzione: post eccessivamente lungo e in rima, di difficile lettura e culturalmente scorretto

Ho amato Cyrano,
di Bergerac il signore, come si ama un sogno, un timido candore, il desiderio di ciò che non si è o l’illusione di un coraggio che altro non è se non frenetica ricerca di un senso, di un motivo, di un rimorso cattivo che ascenda fino al cielo come fosse una bolla, o un goccia alchemica versata in un’ampolla, formula antica per far saltare in aria il fluire noioso della vita.
Ho amato questa storia di un poeta, di un soldato, di un volto sfigurato nell’ansia di un peccato mai commesso, di una bruttezza bella, di una condanna capace di volar sopra una spanna alla mediocrità del vivere borghese, ai pregiudizi che affollano la piazza rumorosa di questa città vile e assai cortese. La storia di un naso lungo, tanto lungo da toccar le stelle, insomma, la storia di un Ribelle che ha cercato il bosco e alfin la pace dentro un mondo losco che l’onore tace.
Ho amato Cyrano, guascone temerario, spadaccino arrogante… ma gigante nel naso, nei versi, nel coraggio tenuto sulla punta di una lama sguainata per dar morte spietata a chi si odia e infinita dolcezza a chi si ama. Il rude combattente che il volto di Rossana aveva impresso nel cuore e nella mente come dolce ossessione, ma che oltre ogni nequizia ha saputo far dell’amicizia una reliquia. Ho immaginato la beltà aggraziata di colei che Cyrano chiamava: “insidia vivente, rosa moscata tra le cui foglie amore s’asconde in imboscata”.
Questa estate ho ritrovato Cyrano nei lunghi meriggi luminosi, quando il sole riempie di luce l’universo e dentro un cielo terso dissolve ombre e noia. E lui è tornato a me come un amico atteso e mai perduto, forse trascurato, un ricordo antico riemerso da un lontano passato; un’ombra di frescura sotto le cui pagine adagiarsi per difendere i sogni arsi dalla stupida calura. Si è seduto senza rimpianti, si è tolto i guanti, ha posato il suo cappello di vigogna e “occhio d’aquila e gamba di cicogna” ha detto a me ciò che svelò a Le Bret: “… cantar, sognar sereno e gaio, libero indipendente aver l’occhio sicuro e la voce possente, mettersi quando piaccia il feltro di traverso, per un sì, per un no, battersi o fare un verso!”.

Ma mentre rimbalzava la sua voce, io facevo finta di ascoltare e guardavo gli occhi suoi pieni di una malinconia che la spavalderia non può falsare. E vi ho letto ben altro che tutto questo. Vi ho letto quanto sono grandi gli amori mai svelati che il mondo non conosce, ignora, distratto nel fluire delle cose; gli amori coltivati nel silenzio di uno sguardo, di un incontro clandestino, di un non detto; gli amori silenziosi, poderosi, generosi, distesi sopra un prato inebriato dai profumi che gli déi hanno creato… per incantare gli uomini: la viola di Venere, il tiglio di Marte, il mirto, la mandragora, il ginepro, l’artemisia, il mandorlo, l’alloro… soavi fragranze per coloro che nel cuore annullano distanze; ecco, pensavo, profumano così come un miliardo di essenze, gli amori non detti, che fissano lo scorrere del tempo e rendono immortali le esistenze.
Una storia d’amore mai svelata, vissuta da un fantasma in carne e ossa; una passione mai oltraggiata, un brivido, una scossa. Un cumulo di sogni accatastati come legna, riserva per l’inverno rigido del cuore quando la gioventù è appassita e nella terra delle Esperidi solo il ricordo regna. L’amor per sempre. Lui è lì, nell’ombra di un verso, in una lacrima su un foglio, nella malinconia di un canto perché talvolta il poeta cede al suo stesso incanto”. Lui è lì, dentro un’oscurità sotto un balcone, a raccontar di baci, di apostrofi rosa, di una bocca pudica e timorosa. Il suo è un amore che non si può nutrire…un fiore che sboccia solo per morire.
E se chiudevo gli occhi vedevo altro e altro ancora. Vedevo lui pugnare, amar, duellare, indurmi in tentazione a seguirlo sulla cruna, dicendomi: “io son uno che piomba qual bomba dalla luna”. Rispetto delle regole: nessuna! Sentieri ripidi, scogliere contro il vento contro cui infrangere il buonsenso. Un mondo imbellettato capace di scappare ai suoi affronti, ma senza l’intelletto di accettare il motto suo: “Dispiacere mi piace, dell’odio mi diletto!”.
Ma non da solo, Cyrano non lo era. Chiudevo gli occhi e vedevo a fianco a lui 1000 uomini, vestiti di altre fogge, di altri sogni, inseguir bisogni di vivere la vita non riflessa nel cupo ripeter della stessa. La sua malinconia e il suo eroismo, quella poesia usata come un velo, quell’arco di tensione tra terra e cielo; quell’essere in continuo movimento come fa la marea sopra la sabbia, tra l’impeto d’Amore e la sua Rabbia. No, Cyrano era anche altrove, in altri luoghi, in altri tempi, con altri volti: nel suo duello da solo contro cento, ho visto Don Chisciotte e i suoi mulini a vento. Nell’ostinato sprezzo d’ogni paura ho scorto quel soldato di ventura, Alonso de Contreras, cui un vento d’inchiostro, le memorie nobili e terribili in fin del ‘500, portò al tempo nostro. E ancora lì, in quel cappello carico di piume, ho rivisto la poesia di chi partì per Fiume a regalar l’impresa a una nazione giovane ed ardita, sposando un cuore impavido a donna bramosia, armati sol di patria e poesia. Cyrano è anche Poldo, è anche Mak, è ciò che è stato. Cyrano è :“io ho quel che ho donato”.
Cyrano è anche altrove: è in quel viandante sulla nebbia che Friedrich il prussiano ci dipinse come icona di una solitudine grandiosa, di una guerra eterna e silenziosa, di un continuo incedere nel mondo; l’attesa nel dominio sopra un mare che si osserva dall’alto con distacco e si fende sicuri nell’attacco.
Ecco, questo è Cyrano: un’illusione data di libertà ed onore, un affresco di colore dipinto in cinque atti: poesia, guerra, amore, amicizia e fedeltà. Rostand lo ha raccontato che il secolo dei Lumi si spegneva, mentre dall’orizzonte il secolo ventesimo giungeva.
Cyrano è questo e molto altro ancora E’ ciò l’Occidente ha ormai rimosso in questa assurda corsa al paradosso, dove la fine è un debito saldato e la storia un percorso continuato senza soste, pause, riflessioni, ricordi e tradizioni. Tutto è uguale a tutto. Un mondo allucinato di materia, godimento, utilità che rende nullità ogni diverso modo di cercare quella che un’artista o un uomo d’arme chiamerebbero “Verità”. Perché la verità più non esiste, liquidata, licenziata, assassinata dal nuovo dio del dubbio che ha spinto la ragione nell’oblio, lasciando come verbo solo l’Io.
Un mondo che non trova la sostanza e affoga nell’idea di un’abbondanza, dentro cui il senso della lotta ormai giace, a vantaggio del falso mito della pace. In cui tutto diventa relativo: il bene, il male, il giusto, il brutto, il bello… un mondo che ha sfondato quel cancello che racchiudeva il limite e il suo senso.
Cyrano è lo spirito di un mondo che Techne ha spodestato ma che dentro i singhiozzi della storia, nei secoli è riemerso con la gloria di un’Europa spesso violentata ma mai doma. Il tragico e l’ironico di un volto che ha colto nell’amore per la vita l’accettar se stesso ma non il compromesso. E con coraggio ha scudisciato il fesso che alberga nei discorsi salottieri e assai conditi degli intellettuali ormai appassiti.
I giovani d’Europa riscoprano Cyrano, la sua grandezza, la sfrontatezza che nasce dall’orgoglio di esser diversi per natura, per naso, per destino, forza e cultura. Buttando a mare la misera viltà che impedisce di chiamarsi “Civiltà”. Succhiando come un frutto ormai maturo, dal passato nobile e glorioso, la dolce polpa del futuro. Senza pudori, paure, colpe dovute a ripagar gli inganni di chi è stato sconfitto dalla storia e pensa di imbrogliare la memoria.
Cyrano è dentro noi più di quanto noi crediamo. Perché nel suo epitaffio in cui sta scritto: “colui che in vita sua fu tutto e niente”, noi ci scorgiamo il destino d’Occidente. Il rischio di un’assenza, di una fine, oppure la forza, la presenza e la scelta di difendere un confine. Non solo un muro, ma un futuro. Ben altra cosa signori infiocchettati!
E nell’inceder dell’ombra della sera, in quel tramonto cupo che accompagna la fine della sua storia terrena, Cyrano ci ammonisce del tempo che verrà e della sua pena. Puntuale, scomodo ed insano, ci traccia un sentiero senza scelta; alzando la spada con la mano e lasciando il suo lettore stupefatto, esclama: “Io mi batto, io mi batto, io mi batto!”.