E’ il 3 aprile 2006. Matteo Maritano, 16 anni, mamma filippina e papà italiano, si suicida. Apre la finestra della sua stanza e decide di volar giù. Un angelo senza ali e con un buco dentro profondo come la notte. I giornali ne parlano perché il sospetto è che il male da cui abbia voluto liberarsi sia stato indotto. Si parla di bullismo, di pregiudizi, d’intolleranza. Si dice che a scuola venisse preso in giro perché gay anche se non lo era.
Il motivo per cui un ragazzo di 16 anni si getta nel vuoto è cosa che appartiene a quel mistero profondo e pauroso che affonda nella profondità del male… e nella sua banalità. La volgarità del nostro mondo, democratico e tollerante, sta in questa dimenticanza. Nei giorni successivi Matteo diventa il simbolo delle rivendicazioni omosessuali. Diventa la palestra su cui si esercitano i professionisti della morte ad effetto: sociologi, psicologi, omosessualisti in carriera, ispettori ministeriali e giornalisti… soprattutto loro, i giornalisti: dietro l’imbroglio del “diritto di cronaca” che è solo il perverso gioco del rendere banale la vita degli altri, per rendere più sopportabile la propria. A distanza di un anno la Procura di Torino chiude l’indagine e archivia il caso: Matteo non ha subito alcun atto di bullismo. Il suo suicidio non fu spinto da pressioni esterne, né da una sua presunta omosessualità perseguitata.
Immagino che chi sceglie di uccidersi scelga il silenzio, il vuoto, l’ombra, l’angolo più buio. Anche quando la morte è un urlo disperato, una denuncia, una condanna… alla fine racconta un silenzio. Il silenzio di un disagio, di una sofferenza che ricopre la morte e il silenzio dovuto dentro una pietà che dovrebbe accompagnare il pudore di non fare ulteriore violenza a chi compie un gesto definitivo. Perché il senso della vita è dato dalla “possibilità”. E chi decide di negare a se stesso il dono della “possibilità” avrebbe bisogno di un “sssssssssssstttttt” lungo quanto i nostri rimorsi. Ma queste sono cazzate per questo mondo che ha bisogno di rumore perché del silenzio ha paura.
E allora, la storia di Matteo non finisce qui. Sul suo corpo straziato arriva la pennellata finale, il tocco dell’artista: e il narcisismo degli uomini colti e per bene si rivela un’altra violenza verso Matteo.
Pochi mesi dopo la sua morte il Corriere della Sera inaugura una collana di scritti: “Corti di carta”, brevi racconti che ospitano inediti di grandi autori italiani; e tra questi c’è anche Walter Veltroni con un libello di 54 pagina dal titolo “Aspetta te stesso”. L’anarca lo legge con la curiosità che in genere accompagna la sua ingenuità e scopre che la storia che c’è dentro, raccontata con strazio intellettuale, è quella lì. Veltroni ha strappato dalla cronaca una tragedia e un orrore e li ha trasformati nell’ennesima vetrina di malinconia e vanità.
Matteo diventa Giulio. Non è più filippino ma peruviano. Ma c’è il fratello maggiore e un suo diario, c’è la mamma separata e c’è il suicidio; ci sono le motivazioni decise dai giornali (“a scuola dicono che sono frocio!”). C’è l’armamentario del politicamente corretto: il ragazzo aguzzino con il giaccone di pelle nera in realtà mai esistito ma così utile alle coscienze democratiche e antifasciste.
Ora che la storia di Matteo sembra essere riconsegnata alla verità (che non c’è…) l’idea di utilizzare una tragedia, un dolore che umilia tutti noi per raccontarci una storia da Corriere della Sera francamente fa ancora più schifo. Soprattutto quando la fatica letteraria partorita sul corpo straziato e vero di Matteo, è servita a rilasciare interviste idiote sul Corriere Magazine su come fa, il sindaco scrittore, a scrivere tutte queste cose, quale musica ascolta quando cerca l’ispirazione e a quale ora della notte…e via dicendo…
Veltroni usa spesso al morte degli altri per colpire, emozionare; lo fa con i raccontini di 54 pagine…o citando una lettera della “ragazza della mia città” morta a 15 anni di una malattia incurabile per concludere il discorso che lancia la sua candidatura al Pd e far credere che i giovani siano quelli… quando anche lui sa che non lo sono. Perché una ragazza di 15 anni che sta per morire dentro una malattia non è più una ragazza… è altro. Più grande di me e lui messi insieme.
Veltroni usa la morte non per trovare le ragioni su se stesso. Non è un altro modo di comunicare; né l’emergere di un’altra identità, sofferta e nascosta. E’ qualcos’altro. La “necrofilia” di Veltroni serve a mescolare i piani, a confondere il ruolo pubblico e politico con quello privato, facendo si che su di lui i giudizi siano raramente politici (cosa bizzarra per uno che in vita sua ha fatto solo quello).
“Aspetta te stesso” è il marchio d’infamia di un personaggio che non esita a catturare la morte degli altri e rivenderla come un rigattiere di buoni sentimenti. Soprattutto quando la morte è inspiegabile. Dietro il suicidio di un ragazzo, o quello di un musicista (buono per una sceneggiatura ed un film in piena campagna elettorale… ed altri ce ne aspetteranno per le prossime) c’è un Veltroni “necrofilo” che usa la morte degli altri svuotandone il senso e rendendola funzionale ai propri turbamenti, alle nevrosi mai superate. Perchè non serve andare a fondo, provare a indaga i recessi dell’animo, basta limitarsi al “politicamente corretto”. Una cosa da vomitare che perdoneremmo a un intellettuale ma non ad un politico.
Bisogna capire questo per capire chi è veramente Walter Veltroni e il suo profondo e infantile egoismo.

Post Scriptum:
L’anarca oggi ha 41 anni ma ricorda come fosse ieri quella sera di 20 anni fa, il rumore ovattato di una corsa al piano di sotto che seguiva un “no” urlato. Quei passi sordi gli rimangono nelle orecchie dopo tanti anni a immaginare la rincorsa presa, quando Marco, 18 anni, decise di volare giù da un sesto piano. Proprio la finestra sotto la sua. L’anarca ricorda lo stupore di tutti e in fondo quel corpo lì, visto dall’alto non sembrava un corpo frantumato nell’orrore di una morte terribile. E ricorda i rimorsi inutili lavati con il senso del destino. Eppoi gli sguardi bassi di quando s’incrociava il padre di Marco in ascensore. Quel non saper cosa dire, non voler dire, lo sperare che l’ascensore arrivasse al piano velocemente per scappare da un uomo inerme perché si ha più paura degli uomini inermi; un padre che avrebbe seguito lo stesso destino qualche anno dopo. Senza volo, con una pistola alla tempia.
L’anarca pensa che il suicidio rende vana la morte non la eroizza. La svuota della sua sorpresa della sua inaspettata presenza. Per questo un suicidio è un oltraggo alla morte. E’ un rifiuto di incontrarla. Il suicidio non è mai un atto di coraggio. E’ la paura di aspettare la morte e la sfida di riempire questo tempo che ci separa da lei con l’amore, la lealtà, l’onore e il coraggio, anche quando a volte si finisce in mezzo alla notte e non ci si fa ad attraversarla.
Per questo la morte cercata avrebbe bisogno di tanto silenzio…

Immagine: Albert Bloch, Attraverso la notte, 1942