Aaaaarghh!!!. Un urlo terrificante scosse la tranquilla notte della paciosa città veltroniana fatta di arcobaleni, zucchero filato e sicurezza sociale. Uaaaargghh!!! Poco dopo un secondo urlo lancinante oscurò la luna e rese tenebroso il mite clima della capitale; la dolce e serena Roma sembrò per un attimo Baghdad. Qualcuno corse a sprangare porte e finestre. Le urla strazianti continuarono… Uuuuaaargh!!! Il timore che qualcosa di orribile stesse accadendo prese il sopravvento all’idea diffusa, e tutto sommato meno inquietante, che fossero le grida disperate di poveri lavavetri che scappavano alle retate dei nuovi sceriffi democratici e progressisti. Al quarto “Uuuuuaaargh” che squarciò l’aria il panico si diffuse; capannelli di persone animarono le strade e, nella suggestione generale, qualcuno giurò di aver visto file di Rom incatenati lungo il Raccordo anulare, deportati in nome del nuovo corso del buonismo interventista.
Ma la verità ricompose presto il senso e la misura delle cose: quelle urla strazianti provenivano dalla casa dell’Anarca. Era successo che l’Anarca aveva intravisto allo specchio il fantasma delle sue paure. Gli incubi che si stavano facendo veri. Quella notte non era riuscito a prendere sonno. Si era girato e rigirato nel letto in preda a visioni terrifiche. Sentiva il suo corpo in fiamme. Era sceso a bere dell’acqua quando ad un certo punto, passato davanti allo specchio… (Aaaaaarghh al solo ripensarci!), aveva visto l’orribile immagine riflessa. Si era voltato di scatto convinto che quell’essere mostruoso fosse dietro di lui. Nulla. Non c’era nessuno. Quell’essere mostruoso era lui. Come poteva essere successo? Quale malvagio incantesimo lo aveva colpito? Lentamente il suo mento si era ingiallito e stava divenendo floscio e lombrichesco, i nei coprivano le sue guance, due spessi occhiali tondi ora erano poggiati sul suo naso, la fronte spaziosa nascondeva flussi di idee, di film, di sceneggiature, di racconti su suicidi e bambini africani. Non era colpa della luna piena. Non era andato a cena con Maria Latella, né aveva fatto un trans-tour con Sircana. C’era una sola possibilità: l’Anarca stava diventando veltroniano.
Erano giorni che l’Anarca non si sentiva bene. Aveva letto l’intervista di Veltroni sulla signora Veronica e anche lui aveva riso a crepapelle a quella cazzata intarsiata di gemme preziose che il futuro uomo nuovo della sinistra aveva detto di Veronica Lario: “in questi anni, ho molto apprezzato la sua discrezione”, che detto di una signora che ha sputtanato il marito sulla prima pagina di Repubblica assomigliava dannatamente a una gaffe berlusconiana. Ma proprio questo un po’ lo inquietava, questa somiglianza: l’idea che Veltroni fosse in fondo un po’ Berlusconi. Insomma era come se lanuovastagionepuntoit avesse mischiato le identità.
L’Anarca, come Zelig, aveva impiegato anni per prendere le sembianze del Cavaliere: la sua bandana, il suo cerone, il suo sorriso smagliante, il doppio petto blu. Ora i simboli della sua simbiotica devozione berlusconiana erano scomparsi. L’Anarca stava subendo una trasmutazione genetica. Si gettò a terra come a rifiutare il Mostro che ormai era in lui e cominciò a ruminare col cervello: nel mondo alla rovescia dei sogni veltroniani, la sinistra cercava di rubare il posto alla destra senza tanti complimenti. Stava succedendo che le ultime gocce del berlusconismo erano ormai risucchiate nell’oceano del veltronismo imperante. Non c’era nulla, più nulla che arginasse la marea montante. In termini di cazzate dette, Veltroni e la nuova sinistra ormai combattevano ad armi pari con il Cavaliere.
Strano paese questo dove si pensava che il berlusconismo fosse morto ed invece si diffondeva a macchia d’olio proprio nel campo di coloro che l’avevano combattuto per anni. La sinistra che denunciava l’uso criminoso della giustizia, l’uso criminoso delle piazze,
l’uso criminoso della televisione, l’uso criminoso dell’immigrazione (meglio se rumena), l’uso criminoso del crimine dopo l’indulto, l’uso criminoso delle votazioni. La sinistra che perseguitava magistrati, giornalisti, immigrati, fuoriusciti per indulto; la sinistra che corteggiava signore borghesi e miliardarie open mind.
Ma c’era un altro vantaggio. Il nuovo berlusconismo di sinistra liberava la destra dalla pressione psicologica di sentirsi impresentabile. Perché, finalmente, anche la sinistra lo era. Certo, Veltroni avrebbe continuato a dire cose che il Cavaliere non si sarebbe neanche sognato: tipo che la solitudine delle vecchiette era anche la sua… ma in cuor nostro sapevamo tutti che col cavolo che Veltroni, come Berlusconi e come la maggiorparte di noi, si sarebbe mai portato a casa una vecchietta sola. E alla fine tutto questo ci tranquillizzava: il miliardario imprenditore che costruiva il Vesuvio in miniatura nel parco della sua villa non era più volgare del sindaco di Roma che comprava casa da un ente pubblico con il 70% di sconto, intestandola alla moglie, mentre nella sua città migliaia di senza tetto e sfrattati avrebbero continuato a votarlo.
Il veltronismo era la malattia senile del berlusconismo. Ma questo non consolava il povero Anarca che stava diventando sempre più lombrichesco e iniziava a citare Olaf Palme, Martin Luther King, Dossetti, Pasolini e Zio Paperone.

Il delirio dell’Anarca aumentava e i suoi pensieri si rincorrevano: i
l mondo alla rovescia avrebbe reso finalmente presentabile Berlusconi l’Impresentabile, non perché ora fosse più presentabile di prima, ma perché il Presentabile per eccellenza (Veltroni), il fascinoso riflessivo sulla pelle degli altri, ora assomigliava sempre più all’Impresentabile. Questa loro comunanza poteve rendere finalmente normale il paese. Ma l’Anarca, che a differenza di Veltroni non era mai stato un alto dirigente del Pci ma Marx l’aveva letto, quella frase sulla storia che si ripete due volte, la prima in tragedia la seconda in farsa, l’aveva sempre fatta sua. Il barbone di Treviri lo aveva detto chiaramente nel suo plamphet contro Luigi Bonaparte. E il berlusconismo di ritorno nelle sembianze di Veltroni era più una farsa che una tragedia… o forse era farsa e tragedia insieme.
C’è una morale in questo tragico racconto. Il volto sfigurato dell’Anarca si accompagnava ai suoi singhiozzi. Quel Mostro davanti allo specchio dava l’amarezza di un mondo al contrario ma forse anche l’ultima sua grande soddisfazione. L’Anarca berlusconiano che si trasformava nel mostro di Veltroni era il segno indelebile di una vittoria. L’Anarca cedeva il suo corpo a Veltroni ma rimaneva berlusconiano. L’estrema grandiosa beffa del Cavaliere; aver berlusconizzato i suoi nemici e, concedendo loro l’illusione di un’immagine, li aveva ridotti definitivamente a sé.

Immagine: Francis Bacon, Ritratto di Michel Leris, 1976