Alessandro Algardi, Papa Leone ferma Attila, 1653

Ci sono cose che accadono nelle quali è difficile non leggerci un senso, un significato al di sotto dello strato più superficiale. E’ come se la storia, anche nei suoi più piccoli e insignificanti avvenimenti, vivesse dentro una miriade di intrecci, di nodi da dipanare, passaggi segreti da scoprire sotto lo scorrere del tutto. Se il gioco si accetta il mondo diventa più poetico e divertente; sennò va bene lo stesso e ci si linka al noioso e conformista spirito del tempo, uguale a se stesso nel succedersi casuale delle cose. E questo gioco è più intrigante quando l’attenzione di tutti è spostata altrove, sugli eventi più grandi, quelli che spesso sono i più drammatici. E così, nei giorni successivi alla morte della povera signora Reggiani, quando Roma e l’opinione pubblica si sono svegliati dal lungo sogno buonista e hanno scoperto la città che nessuno aveva voluto vedere in questi anni, quella fatta di baraccopoli, di degrado, di emarginazione e di violenza, una notizia passata in assoluto silenzio, ha colpito noi, falliti archeologi di una giovinezza sprecata tra stratigrafie e sbancamenti di argille paleolitiche. Quindici metri di mura Aureliane sono crollate come un castello di carta: sbriciolate dal tempo, dall’incuria e dalla sfiga che finalmente ha colpito l’arroganza veltroniana, destandola dal sogno viziato di una passeggiata sul tappeto rosso della sua vergogna.
Se accettassimo l’idea che i fatti sono solo frutto di casualità non dedicheremmo un post a questo evento. Se invece ci convinciamo che bisogna provare a leggere il segno che lega gli avvenimenti, ecco che tutto prende un’altra forma; e allora rintracciamo il vero motivo per cui le mura Aureliane sono cadute proprio ora, con le prime piogge, con le infiltrazioni e con l’ondata di degrado e violenza che improvvisamente Roma ha scoperto. Un’amara ironia accompagna i segni; come a dire che in una città dove una donna viene ammazzata per essere rientrata tardi la sera, dove un pensionato viene ucciso a sprangate mentre passeggia in bicicletta e una ragazza muore per essere scesa alla fermata della metro sbagliata, quelle mura sono ormai inutili. La cinta muraria che l’imperatore Aureliano costruì alla fine del 200 d.C. per difendere Roma dai barbari e che per secoli l’ha continuata a tenere dentro un abbraccio simbolico e protetto, ora non serve più. Nella Roma del new emperor, i barbari ormai sono tra noi…

Immagine:Alessandro Algardi, Papa Leone ferma Attila, 1653