Pieter Bruegel, Banchetto nuziale, 1568Non è che sia una bellissima sensazione quella dell’estraneità. Soprattutto quando uno pensava di essere a casa sua. Non un’estraneità umana ci mancherebbe. Ma politica. Il Tocqueville Party di sabato scorso a Roma è stata una grande occasione per riabbracciare vecchi amici e conoscerne di nuovi. Ma anche un momento difficile in cui misurare il livello di tensione che tocca la blogosfera di centrodestra.
L’Anarca abita ormai da due anni in questa “città dei liberi”. Ha preso un monolocale in periferia e tutto sommato ci vive bene. Ogni tanto qualche vicino di blog rompe i coglioni, qualche siluro attraversa la strada e lo punta, ma in linea di massima Tocque-Ville è una bella città piena di vita. Delinquenza zero, stupidità ridotta ai minimi termini, discreta qualità dell’aria… insomma non sembra quasi una città italiana… e forse non lo è.
L’Anarca ha deciso di prendere casa qui perché gli era piaciuta assai quell’architettura un po’ curiosa e futurista che qualcuno ha chiamato: Fusionismo. Cioè l’idea di abitare in un luogo dove è possibile far convivere anime diverse di quel mosaico colorato che è il progetto del partito unico del centrodestra. Per fare questo si è impegnato a costruire relazioni, a raccontare Tocqueville fuori da Tocqueville, a progettare evoluzioni, integrazioni… insomma si è dato un po’ da fare per rendere la città più bella e accogliente.
Tocqueville è, per l’Anarca, una dimensione metapolitica dove la circolazione delle idee e del pensiero avviene dal basso e consente la contaminazione (va molto di moda dirlo!) di culture politiche diverse tra loro ma in grado di pensare la modernità in maniera complementare. Trovarsi in un condominio con una talebana laicista, con uno jungeriano più che intelligente ma troppo a sinistra perché troppo a destra e con un liberista libertario dall’io americano… ha qualcosa di affascinante e imperdibile. Liberali, conservatori, riformisti, identitari, laici, cattolici; forzaitalioti, aennini, leghisti ma anche socialisti, radicali in libera uscita, rappresentano una popolazione eterogenea ma in fondo desiderosa di essere parte di un grande progetto unitario. Un’idea assolutamente attuale anche in questi giorni di tempesta.
Dopo il Tocqueville Party di sabato scorso l’Anarca si domanda però se questo principio fusionista abbia ancora senso. O meglio, se prevalga ancora lo sforzo di raccordare sulla rete le sensibilità diverse che animano il pensiero non conformista o se anche in questa città dei liberi (?) inizino a comparire egemonie striscianti di nuovi guardiani da microcomizi.
Non capisco molto quello che sta succedendo nel centro-destra o in quello che rimane. Ma certi toni da pretoriani non mi hanno aiutato a capire meglio le dinamiche in atto e soprattutto le vie di uscita da questo pantano che rischia di travolgere tutti. Non che la condizione di minoranza spaventi il povero Anarca che la vive dai tempi giovanili e gagliardi delle università e delle strade da conquistare, ma il clima un po’ tribunalizio contro An, contro Fini, contro l’indecenza della sua classe dirigente, contro l’indecenza della destra, contro l’indecenza degli indecenti con cui siamo stati costretti ad accompagnarci in questi anni ma meno male che adesso annamo pe’ conto nostro, insomma il tono di qualche intervento di eccellenza francamente lo ha un po’ sospreso. E questo clima ha toccato l’apice quando Dimitri Buffa è riuscito a parlare della “cura disintossicante” di Berlusconi perché “i liberali non hanno nulla da vedere con i socialisti, ma neanche con i fascisti e neppure con i leghisti”. Punto e a capo.
Ora che si è ripreso dallo sbandamento e si è accorto che non aveva sbagliato Party ma era proprio quello di Tocqueville, l’Anarca, che non ha intenzione di mollare il progetto fusionista, si chiede se Tocqueville sia ancora il luogo adatto. Sia chiaro è una domanda retorica, poiché l’Anarca sa che Tocqueville è il luogo adatto. Solo che vorrebbe richiamare tutti a lasciare da parte le follie di questi giorni e a riflettere insieme sulle grandi sfide che ci aspettano.
Solo un’ultima considerazione: la polemologia ci insegna che la guerra nella sua tragicità, ha un elemento di razionalià poiché si pone come punto di frattura tra due monenti: la crisi della politica ed il suo ritorno. Laddove la politica non ha più gli strumenti per risolvere ragionevolmente l’antitesi interviene il conflitto che è la prosecuzione della politica con altri mezzi. Ma la polemologia ci dice anche che questo vale per le guerre contro i nemici esterni, contro l’alterità la cui conclusione è un tentativo di ridefinire i rapporti di forza e ridisegnare egemonie. C’è una guerra però che non ha alcun elemento razionale: anzi, che è quasi totalmente irrazionale e priva di senso (non storico ma politico); una guerra che produce massacri e efferatezze più di ogni altra, che più spesso si priva di regole e limiti e che produce fratture spesso insanabili: è la guerra civile. Non la guerra contro l’altro da sé, ma quella contro di sé; quella che spesso non si conclude con un trattato di pace e con il ritorno del politico nella sua dimensione razionale. Ma quella che punta a eliminare l’avversario, a cancellare le pagine di storia che potrebberlo raccontarlo. Laddove non è riconosciuta l’alterità, il conflitto perde la sua dimensione di senso e diventa pura brutalità. Vorrei solo che si capisse che la cosa peggiore di cui abbiamo bisogno in questo momento è una “guerra civile” all’interno di Tocqueville e di ciò che esso rappresenta.
L’Anarca non riesce a vedere i cittadini di Tocqueville come altro da sé. Siano essi liberali, radicali, riformisti, laicisti… li vede come parte di un’identità politica che lui cerca, portando con sé la sua memoria, il suo percorso storico e la sua frantumata identità.

Il sogno fusionista non è solo un’architettura del pensiero. E’ un progetto di governo del Paese in grado di mettere insieme le migliori culture politiche moderne, di fronte allo sfracello di quell’imbroglio intellettuale che sono le frattaglie del cattocomunismo raccolte nel PD. Il sogno fusionista che i blogger di Tocqueville hanno inseguito in questi anni non merita la fine disonorevole di affogare nella melma dei rancori e delle polemiche politiche. Aspettiamo la quiete cercando di continuare a raccordare idee e intelligenze e stimolando la classe politica a riprendere il cammino lasciato. Tanto lì bisogna tornare prima o poi.
Al prossimo Tocqueville Party allora, con meno fucili… e con molte più idee.
 
Immagine: Pieter Bruegel, Banchetto nuziale, 1568