Franz Borghese, Partita a dadi, 1984

Quindi il Papa non parlerà all’Università La Sapienza. In una nota consegnata ai giornalisti alle ore 17.11, la Sala Stampa Vaticana ha comunicato la decisione di Benedetto XVI di “soprassedere all’evento” dell’inaugurazione del nuovo anno accademico. Le agenzie hanno scritto che la notizia è stata accolta con “urla di giubilo e grida indiane” dagli studenti dei collettivi riuniti in una democratica assemblea, cosa che per un’Università da terzo mondo qual’è quella italiana è perfettamente coerente. Giancarlo Rocco, direttore del Dipartimento di Fisica e uno dei firmatari dell’appello contro il Papa, ha ribadito che “insegnare ai giovani è una grande responsabilità che richiede di prescindere in ogni momento dalle proprie convinzioni religiose e ideologiche”. Appunto. E infatti ci si domanda cosa cazzo ci stiano a fare all’Università quei docenti che inviano lettere, articoli e raccolte di firme a Il Manifesto, confermando lo stato di una cultura universitaria assoggettata ai dettami delle proprie convinzioni ideologiche.
Potremmo riflettere che la vera emergenza spazzatura in questo paese non sta solo nelle strade di Napoli, nei liquami fetidi del sottosuolo di Pianura. Una quantità inverosimile di mondezza straborda anche dalle Università pubbliche italiane. E non è fatta dai cumuli di rifiuti urbani, né dai cumuli di idioti figli di papà che da 30 anni giocano alla rivoluzione, rifiuti anche essi di una cultura putrefatta. La vera spazzatura che giace nelle Università italiane è fatta da quella indecente e puzzolente casta di professori universitari e baroni sotto costo (tolte le ovvie eccezioni) che inquinano con il loro dogmatismo ideologico e con il loro sistema di potere clientelare l’insegnamento e la possibilità di rendere l’Università italiana veramente funzionale alla crescita culturale e sociale del paese. Perché la colpa dello stato delle Università pubblica italiane è della classe politica certo, ma soprattutto della peggiore classe intellettuale e docente d’Europa che da almeno 30 anni ha ridotto i luoghi della formazione e dell’educazione in discariche culturali a cielo aperto.
Ma l’ostilità ideologica contro Benedetto XVI rappresenta qualcosa di peggio di un’operazione di stupida retroguardia ideologica. Rappresenta la resa incondizionata del pensiero laico di fronte alla forza dirompente e moderna del pensiero cristiano, sopratutto di quello di Joseph Ratzinger e della sua Chiesa vitale e agguerrita di fronte alle sfide del tempo. Evidenzia il terrore e la paura di un confronto dal quale sa di uscire sconfitto. E non è un caso che questa sconfitta sia caduta nello stesso anno in cui ci si appresta a celebrare i 40 anni del ’68, quel movimento che segna l’inizio della fine di un pensiero laico e la sua riduzione a ideologia postmoderna.

Proprio negli anni della contestazione, Giuseppe Prezzolini, una delle più straordinarie intelligenze italiane del ‘900, scriveva un libro dal titolo emblematico: Dio è un rischio. Pubblicato da Longanesi un anno dopo il ’68, questo libro raccoglieva le confessioni di un uomo alla fine del suo percorso terreno, che per tutta la vita aveva cercato Dio senza mai trovarlo: “ecco che m’avvedo che arrivato a ottantasei anni e mezzo non son più avanti di quando ne avevo diciannove”. Nella rassegnazione di un vuoto inevitabile: “Dio non mi risponde; e farò senza Dio. Eccomi dunque qui solo, disperato, senza verità…”. Eppure l’ateo Prezzolini, lo scettico, il miscredente, viaggiava sul confine di una laicità che non era la rimozione del fatto religioso, ma la ricerca viva di un rapporto vero tra fede e ragione. Comprendeva che la Scienza e la Religione dovevano integrarsi e non confliggere. Perché “se Dio è un rischio anche la Scienza è un rischio”. Per questo, come un azzardo o una partita a dadi, anche chi non crede dovrebbe “accettare il gioco di Dio”.
Il libro di Prezzolini, incredibile come la Fede, e forse per questo vero, si conclude con un epitaffio che è un manifesto di laicità che forse i netturbini dello scientismo italico che albergano nelle università italiane dovrebbero rileggere per capire cosa è veramente un pensiero libero. : “Questo libro fu scritto da me Giuseppe Prezzolini, in età di anni ottantasei e mesi sette (…). E’ un libro senza Dio, che trova il posto a Dio, per chiunque abbia un Dio che debba trovar posto”.

Immagine: Franz Borghese, Partita a dadi, 1984