di Giampaolo Rossi
Utopia torna di moda. Nell’ultimo saggio di Fredric Jameson (Il desiderio chiamato utopia, Feltrinelli), si riafferma la sua attualità politica come forma necessaria a “qualsiasi cambiamento fondamentale della nostra società”. L’idea che la cultura di sinistra debba recuperare visioni utopiche per scardinare l’irreversibilità del processo di globalizzazione innescato dal tardo-capitalismo, non ci rassicura per niente. In questo dimostra la sua inadeguatezza di fronte alle trasformazioni del nostro tempo. L’Occidente singhiozza nelle convulsioni della modernità ma il recupero di Utopia nel lessico politico e culturale rende le convulsioni degli spasmi terminali.
Nelle sue lezioni di politica anche
Walter Veltroni ha rilanciato il linguaggio dell’utopia come linguaggio della politica: “abbiamo bisogno di stare con i piedi ben piantati per terra e insieme di tornare a sognare anche quel che sembra impossibile, irraggiungibile. Quel che sembra utopia. (…) A che serva l’Utopia? A camminare”. Concetto ripreso nel discorso per l’Italia di Spello, dove ha parlato dell’Europa come di una “utopia divenuta realtà”.
Inciampo concettuale, sgambetto del pensiero che ha fatto ruzzolare la storia negli orrori del ‘900,
Utopia continua a punzecchiare la fantasia degli intellettuali e dei politici europei. Cattiva interpretazione della dialettica tra identità e differenza: come se il conflitto, necessario al divenire storico, si determinasse solo nella distanza da ciò che l’altro rappresenta, dal suo modello sociale, politico e culturale. Eppure quell’idea di conflitto che René Girard vede generarsi dentro ciò che lui chiama “rivalità mimetica” (è il desiderio di ciò che desidera anche il nostro rivale a generare conflitto e violenza), ci avvicina al nostro avversario, ci rende simile a lui e lascia la politica nella sfera del possibile e di ciò che ci accomuna. Utopia, al contrario, ci distanzia dall’altro, ci infila dentro un simbolico non appartenere a questo mondo. Irrealtà allo stato puro, Utopia libera l’irrazionalità e nega la politica, la proietta fuori dalla storia, fuori dai confini della consuetudine, delle istituzioni.
D’altronde
Utopia non nasce dentro una dimensione reale. Prima di venire ingoiata nella politica, Utopia abitava l’universo onirico della letteratura come consapevolezza di un non vero; di qualcosa di impossibile e quindi di profondamente falso. E infatti, per Tommaso Moro, Utopia (dal greco ou tópos, “non-luogo”) era l’isola incontrata da uno strano navigatore, tale Raphael Itloideo (dal greco ithlos daìein “dispensatore di menzogne”). Quando la dimensione letteraria si fa evocazione politica naufraga inevitabilmente, perché il “luogo che non c’è” può essere abitato solo “dall’uomo che non c’è”. Utopia diventa quindi un progetto drammaticamente anti-umano. Non a caso il ‘900 è stato il tempo delle utopie realizzate nelle ideologie che hanno reso macabra la storia dell’Occidente. Chi oggi fa lezioni di politica, spiegando la necessità del dialogo e del recupero di una dimensione razionale non dovrebbe richiamarsi a Utopia.
A cavallo tra la ricerca di nuovi linguaggi nella frantumazione delle identità sociali dettata anche dall’universo della rete, e il superamento di vecchi concetti, la politica deve provare ad incontrare i nuovi significati che la modernità elabora. Ci sono parole, dette con leggerezza e abitudine che ereditiamo da epoche ormai passate e che trasmettono significati morti. Tra queste la parola Utopia. Occorre debellare Utopia e pensare una cultura e una politica che partano dall’uomo concreto e dalle aspirazioni del suo vivere. E’ questa la sfida di una vera nuova politica.
© Il Borghese, Gennaio 2008
Immagine: Rodcenko e Stepanova, Giovani aviatori, 1933, bozzetto per la rivista “l’Urss in costruzione”