Thomas Eakins, The Agnew Clinic, 1889

Il veltronismo è tante cose insieme che nel loro insieme sono nulla. E’ una bella politica che però non è politica perché nel suo mescolare utopia e sogno, in fondo la nega. E’ cultura salottiera, che però non è cultura perché non prova a leggere il mondo che cambia, ma si riduce a intellettualismo nevrotico e narcisista. Ma il veltronismo è soprattutto ricerca emozionale per trasformare la politica e la cultura in semplici suggestioni; e in questa ricerca Veltroni utilizza spesso la morte come un elemento di costante presenza, quasi per compensare qualcosa di sé.
Marianna Madia, la giovane “economista” capolista del Pd a Roma, in una recente intervista al Corriere della Sera, ha rivelato che Walter Veltroni fu conquistato da lei al funerale del padre, folgorato dal “piccolo discorso” che lei fece e di cui neanche si ricorda. Che un funerale diventi il luogo di selezione della nuova classe politica del Pd può essere oggetto di facile ironia, ma il problema è più complesso. L’episodio non casuale, conferma un’ossessiva quanto inquietante dipendenza veltroniana dalla morte che mette insieme uno spirito adottivo (che va dai figli degli amici scomparsi di cui si circonda, ai bambini africani), ad un uso strumentale e politico della morte.
Nel febbraio scorso durante il discorso di commiato da Sindaco al Palalottomatica di Roma, Veltroni ha citato un elenco interminabile di morti. Una sorta di seduta spiritica collettiva dove ha evocato molte giovani vittime di tragici fatti di cronaca: Gabriele Sandri il tifoso della Lazio ucciso in un autogrill di Arezzo, Marta Russo la studentessa uccisa all’università di Roma nel 1997, Benedetta Ciaccia la ragazza romana morta nell’attentato di Londra del 2005, Renato Biagetti il 26enne aggredito e assassinato a Fiumicino; Veltroni ha menzionato anche quelli di cui non ricordava il nome, come “il ragazzo di 17 anni ucciso per errore durante una rapina”. Ora, al di là del cattivo gusto di citare solo i casi di vittime non attribuibili in alcuna maniera alle responsabilità di chi amministra la città, rimane l’effetto scenico costruito attorno a tutto questo: ad ogni nome citato applausi e foto ai parenti in sala, povere presenze dignitose e in buona fede nel dare una forma visibile ad un dolore fuori contesto in quel carosello di intellettuali e politici. Fino all’apoteosi finale: l’abbraccio cosmico tra la mamma di Valerio Verbano (il giovane di sinistra assassinato negli anni ’70 dai Nar) e Giampaolo Mattei (fratello di Virgilio e Stefano, uccisi nel rogo di Primavalle), sotto i flash dei fotografi e lo sguardo languido e pietoso di Veltroni, pontefice massimo di un rituale dove la morte diventava show e la tragedia degli anni di piombo uno spot da campagna elettorale. Il richiamo della morte sembra essere per Veltroni una nuvola avvolgente con cui suscitare emozione in ogni uscita pubblica.
Nel Marzo del 2007 a Torino, il sedicenne Matteo Maritano (mamma filippina e papà italiano) si è ucciso gettandosi nel vuoto. Il suicidio di un ragazzo meriterebbe la dignità del silenzio e invece iniziarono subito le polemiche su una sua presunta omosessualità perseguitata a scuola, finché un’inchiesta della Procura di Torino escluse il bullismo come causa del suicidio. Nel frattempo Walter Veltroni pubblicava un breve racconto per il Corriere della Sera, dal titolo “Aspetta te stesso”. La storia era esattamente quella del povero Matteo fin nei minimi particolari, solo modificata di alcuni elementi marginali (il protagonista ora si chiamava Giulio ed era di origine peruviana e non filippina). L’idea di usare la tragedia di un ragazzo che si uccide per mettere alla prova la propria vanità letteraria renderebbe imbarazzante qualsiasi commento. Il dramma esistenziale vero, giocato nel dolore di un corpo straziato, diventa narcisismo letterario per un gadget da Corriere della Sera che ha consentito a Veltroni di riempire le pagine di articoli melensi sulle sue capacità di scrittore. Un’operazione indecente, ma Veltroni è anche questo.
Nel Maggio dello stesso anno, a Roma si sono svolti i funerali di Vanessa Russo, la giovane uccisa in metropolitana da una ragazza rumena. Veltroni non c’era, era in Africa per l’annuale viaggio di solidarietà con gli studenti delle scuole romane con il seguito di fotografi e troupe tv perché la solidarietà è una bella cosa soprattutto sorridendo davanti a una telecamera. Poco dopo il funerale di Vanessa l’Ansa batteva la seguente agenzia: “Il sindaco di Roma Walter Veltroni e gli studenti romani hanno osservato un minuto di silenzio in Malawi per Vanessa, lungo la strada che porta all’aeroporto di Lilongwe; i cento studenti, scesi dai pullman, si sono raccolti in cerchio e in silenzio al lato della strada, con loro il delegato per la cooperazione Giobbe Covatta”. L’immagine di Veltroni in raccoglimento a fianco di Giobbe Covatta e degli studenti in mezzo a una strada in Malawi, affranto ma desto a dettare all’Ansa il comunicato del suo dolore africano, era una scena surreale che dimostrava l’essenza del gesto. Qualcosa di più di una semplice strumentalizzazione politica del dolore: una sorta di macabro rituale necrofilo con cui forzare le sensazioni e mettere a posto la coscienza.
Nel suo discorso al Lingotto di Torino, dove lanciava la propria candidatura a segretario del Pd, Walter ha letto l’ultima struggente lettera di una ragazza di 15 anni morta di leucemia, come paradigma dei “nuovi italiani”, sapendo perfettamente che un adolescente di fronte alla morte non è una categoria sociologica ma racchiude un mistero più grande sul nostro senso del vivere che non dovrebbe essere buttato dentro la miseria di un discorso politico.
Insomma Veltroni infila la morte a forza nel gioco delle emozioni che la sua politica dovrebbe suscitare. E la sua abilità sta anche nello sfruttare le debolezze di coloro che il dolore della morte l’hanno sperimentato su se stessi: i genitori della ragazza che gli concedono la lettera, così come i parenti di vittime più o meno illustri di cui Veltroni ama circondarsi per caricare il valore simbolico della loro presenza su di sé. E’ come se il loro dolore rievocato nelle cerimonie, nelle parole, nelle letture, compensasse un suo personale rapporto irrisolto con la morte. Ma oltre a questo Veltroni svuota la morte di ogni mistero, la spoglia di ogni essenza tragica. La trasforma in vezzo letterario, in citazione narcisistica, in operazione di marketing politico, in uno show di lacrime, abbracci, baci sotto flash e telecamere. Pochi politici saprebbero essere così spregiudicati e convincenti nel giocare con le debolezze e le inquietudini di padri, madri, figli cui il destino ha portato via una persona cara. Pochi politici saprebbero fare un uso più cinico e strumentale della morte. Questa necrofilia ad uso politico è il prodotto più macabro e indecente del veltronismo.

© Il Domenicale, Sabato 15 Marzo 2008
Immagine: Thomas Eakins, The Agnew Clinic, 1889