Un lucido vecchietto di nome Ernst Jünger descrisse il manifestarsi del nichilismo come un irreversibile processo di “svanimento” di ogni sostanza capace di dare senso al divenire della storia. Il riferimento a Jünger è solo uno spunto per descrivere il percorso politicamente nichilista, cioè privo di sostanza, che Gianfranco Fini sembra aver intrapreso in questi anni. Ma qui più che di svanimento, dovremmo parlare di “svuotamento”. Il leader della destra italiana si muove attraverso un perimetro costante: la creazione di contenitori nuovi, strumentali a limitate fasi storiche e a guerre di posizione, in un processo di progressiva riduzione di visione e svuotamento di contenuti.
Da capo di un partito ideologico a forte identità (il Msi), a capo di un partito post-ideologico (An), poi a capo di una fondazione metapolitica dentro il Pdl (FareFuturo) ed oggi a capo di una scalata ostile al berlusconismo (Generazione Italia) che più che altro sembra una protocorrente interna con un piede fuori. Questo perché, nonostante le molte rassicurazioni, in questi mesi i dirigenti vicini a Fini hanno continuato a ritenere il Pdl un incidente di percorso. Del resto, la svolta del predellino stomacò talmente l’allora leader di An da spingerlo a definirla una “comica finale”, affermando che mai avrebbe sciolto An per entrare nel nuovo partito. Salvo poi farlo.
L’attitudine a sciogliersi in qualcos’altro senza scegliere mai veramente andrebbe perlomeno problematizzata da Fini e dai suoi intellettuali. Altrimenti rischieranno di cadere nello stesso errore sinistro che ha accompagnato la parabola fallimentare della gauche italiana: la convinzione, cioè, che siano i contenitori, e non i contenuti, a generare la politica. Negli ultimi trent’anni la sinistra ha attraversato i cambiamenti del nostro tempo con una pluralità di sigle (Pci, Pds, Ds, Ulivo, Unione, Pd), ma con la stessa classe dirigente e il solito assunto intellettuale, carico di astrazione e di utopia, per cui non è importante leggere la realtà ma costruirsi un bel riparo da essa. Ma un contenitore senza contenuto è solo un vuoto a perdere. E siccome il contenuto, in politica, si lega necessariamente ad una identità (parola ormai pornografica per gli intellettuali di Fare Futuro) viene da chiedersi quale sia l’identità capace di generare contenuto in questa nuova destra un po’ vecchiotta nelle sue pretese eretiche e avanguardiste. Alla sovraesposizione mediatica che la componente finiana ha avuto in questi mesi grazie alle provocazioni culturali e alle bizzarre iniziative politiche, ha corrisposto una marginalizzazione all’interno del Pdl e nell’elettorato di centrodestra. Ovvio, perché la destra che oggi disegnerebbero i finiani, è quella che concede cittadinanza veloce e voto immediato agli immigrati, affronta la complessità dei problemi etici indotti dall’irruzione titanica della tecnica nella nostra vita con un opaco vetero-laicismo, annacqua la riforma della giustizia sgradita ad una magistratura sempre più incontrollabile, scodinzola ai piedi del giustizialismo di Di Pietro e Flores d’Arcais. L’errore rischia di essere lo stesso nel tempo: inseguire la sinistra persino adesso che non esiste più.
Occorre che Gianfranco Fini ritorni ad una dimensione più politica e costruttiva del proprio ruolo nel progetto del centrodestra che lo ha visto protagonista in questi 15 anni. Lasci ai suoi intellettuali la pretesa gramsciana di governare le idee e torni ad avere idee per governare.

 © Il Tempo, 17 Marzo 2010
Immagine: René Magritte, Il modello rosso, 1935