Grave errore l’intellettualismo. Se solo Gianfranco Fini si fosse premurato di osservare con maggiore attenzione e minore riverenza lo svolgersi del percorso politico della sinistra italiana in questi ultimi 15 anni, avrebbe intravisto molti dei tratti che accomunano la gauche de noantri alla droite sua. E forse avrebbe evitato di cadere nello stesso errore: quello di costruire una politica senza politica, affidando le scelte strategiche alle accelerazioni disinvolte e spesso irrazionali di un gruppo intellettuale, erede di una vecchia “sindrome di Calimero” nei confronti della cultura di sinistra e dei suoi referenti salottieri.
In Italia, la decomposizione della sinistra non è stata semplicemente il fallimento di una leadership e di una classe dirigente incapace di leggere le trasformazioni in atto; è stata soprattutto la fine di quel “cattolicesimo progressista” che, dietro l’idea di voler fondare una nuova cultura politica, ha finito per annichilire la capacità di rigenerazione delle due culture di provenienza. Preferire il dossettismo a De Gasperi e lo scalfarismo a Craxi ha impedito alla sinistra di sperimentare i percorsi riformisti di tipo europeo e al pensiero cattolico di tornare ad abbeverarsi alla fonte originaria di una dottrina sociale che di marxista non aveva ovviamente nulla. Il cattocomunismo è stato un imbroglio intellettuale, prima ancora che un errore politico, che ha lasciato la sinistra prigioniera di se stessa di fronte alle mutazioni della storia.
Fini ha compiuto, nei confronti della cultura della destra storica, un errore analogo. Ha trasformato il reale bisogno di uscire dalle vecchie culture politiche del ‘900 in un’ossessione ideologica. Ha così finito per delegare agli intellettuali il compito di dettare l’agenda politica, i tempi di accelerazione, la strategia attorno alla quale costruire un nuovo corso della destra che si distinguesse dalla forza pervasiva del berlusconismo. Ma da Pinuccio Tatarella a Farefuturo, il salto è stato improbabile. Lo scatto finiano è naufragato nell’invenzione di formulette di stampo veltroniano (patriottismo repubblicano, nuova italianità, destra civile, nuovo femminismo), ottime per i convegni ma incapaci di elaborare percorsi politici veri, legati ad un’idea concreta e non astratta della politica e del paese. Una debolezza accentuata ancora di più dalla decisione incomprensibile di non entrare nella compagine di governo all’indomani della vittoria elettorale del 2008, e di subire il progetto del Pdl senza mai crederci veramente (anzi osteggiandolo ripetutamente), relegandosi così in un ruolo istituzionalmente importante ma marginale rispetto alla capacità di incidere nei nuovi equilibri di potere che si andavano definendo. Il mutamento di Fini è soprattutto qui, prima ancora che negli scivolamenti a sinistra ad inseguire una visibilità mascherata da “nuova destra”: l’aver abbandonato il realismo (al limite del cinismo) che ha contraddistinto la sua storia politica ed il suo emergere come leader storico, per abbracciare una deriva intellettualistica che non ha tenuto conto che, dalle ceneri del ‘900, è proprio il ruolo dell’intellettuale ad uscire a pezzi. La lontananza finiana dalla dimensione politica ha prodotto così due effetti: da un lato un distacco traumatico e incolmabile dal suo elettorato, da quei pezzi di società civile che avevano comunque dato fiducia all’idea di una destra moderna ma di destra. Dall’altro un ridimensionamento del suo ruolo e della propria capacità carismatica nei confronti del gruppo dirigente degli ex An obbligato invece a confrontarsi sul terreno del governo e della politica e non su quello della convegnistica e delle provocazioni culturali. Il percorso politico di Fini arriva oggi ad un punto di non ritorno. La rupture, evocata anche in questi giorni dagli intellettuali finiani rischia di essere una rottura, prima ancora che con Berlusconi, con il proprio mondo di provenienza. Una solitudine senza molte vie d’uscita. Se rimarrà nel Pdl con queste ambiguità, rimarrà da sconfitto. Se deciderà di andarsene sarà costretto a rimettersi in gioco in maniera radicale, violentando la sua natura di ottimo tattico per indirizzarsi dentro prospettiva strategica che non gli è congeniale. Con lui, solo un gruppo di intellettuali che continuano a ritenersi avanguardia post-novecentesca, un manipolo di deputati e senatori che a malapena rappresentano se stessi, e il premio di “politico dell’anno” che Il Riformista, il giornale della sinistra illuminata, gli ha consegnato qualche settimana fa. Premio che oggi suona francamente un po’ ironico.

 © Il Tempo, 19 Aprile 2010
Immagine: Joerg Immendorf, Solo, 1988