Bersani parla di “questione morale”. Ne parla ancora timidamente, come chi sa che oltre un certo limite non può andare, proprio per una questione morale. E’ pur vero però che lo spettacolo di un Ministro della Repubblica che davanti alle telecamere, dice che non può “sospettare di abitare in una casa pagata in parte da altri” mantiene nel tempo qualcosa di surreale e di psicologicamente rilevante. Non solo perché un Ministro che sospetta di se stesso senza esserne del tutto sicuro, meriterebbe un panel dedicato in un convegno di psichiatria, ma perché ci fa riflettere sullo stato della classe politica del nostro paese e in particolar modo di quella di centrodestra, essendo quella di sinistra ad oggi non pervenuta. Sarà pur vero che l’opinione pubblica “è un fenomeno dell’istinto” come affermava quel genio reazionario di Pessoa, ma proprio per questo, sarebbe opportuno non stuzzicare l’istinto della gente offendendone l’intelligenza.
Al di là di come finiranno il caso Scajola e le altre inchieste che stanno facendo emergere coinvolgimenti imbarazzanti di esponenti di spicco del centrodestra, rimangono due problemi centrali che il Premier non può continuare ad eludere: la qualità della sua classe dirigente e la capacità di organizzare un progetto politico e culturale che superi il limite temporale di quella “leadership seduttiva” (come la chiama Marcello Veneziani) che è la forza ma anche la fragilità dell’esperienza berlusconiana. Le indiscrezioni che parlano di un Berlusconi sorpreso e amareggiato di fronte a ciò che emerge, la dicono lunga su come egli abbia sottovalutato il problema della qualità del personale politico di cui si è circondato e che avrebbe dovuto portare avanti il suo progetto di cambiamento del paese.
Finché l’attacco della magistratura è stato condotto su di lui, Berlusconi ha avuto buon gioco nel dimostrare l’accanimento di una parte ideologizzata dei giudici. Ma ora che il centro del mirino si sposta su esponenti di governo, vertici del suo partito, pezzi di burocrazia statale, ambienti limitrofi al centrodestra, Berlusconi sembra in difficoltà. La questione, in attesa che diventi “morale”, è innanzitutto politica. Il paragone con il passato non regge. Con Tangentopoli era la politica che generava corruzione per finanziare il sistema dei partiti. Qui, in assenza dei partiti, sono pezzi del potere statale e settori affaristici a corrompere la politica per vantaggi personali. Il contesto non è più strutturale e la partita si gioca proprio nella qualità della classe dirigente. E forse questa sarà la stagione in cui dovremo rimpiangere i partiti e la loro funzione storica. Perché in ogni democrazia, alla lunga, sono proprio i partiti i veri corpi intermedi tra la società civile e quella politica. E sono i partiti i luoghi dove avviene la selezione e la formazione del personale politico necessario. Berlusconi continua a pensare alla struttura partito come un ostacolo alla sua azione di governo, come un peso invece di una risorsa fondamentale per l’equilibrio di potere di cui ha bisogno. Ma è un errore. La fine delle culture politiche del ‘900 si profila sempre più come una crisi della politica in quanto tale. La perdita di auctoritas e la riduzione della politica a potestas, semplice gestione della macchina amministrativa, mette in crisi la tenuta delle democrazie occidentali. Il vuoto lasciato dalla politica disgrega equilibri sociali e apre spazi di dominio che la sovranità popolare non controlla. Se gli Stati moderni crollano non più sotto i colpi delle cannonate o delle rivoluzioni, ma sotto i colpi delle agenzie di rating, è perché la politica cede terreno alle tecnocrazie finanziarie e burocratiche; e la crisi degli stati nazionali non è compensata né da prospettive federali, né da nuove forme imperiali.
Oggi, in Italia, la sfida più importante che Berlusconi dovrebbe raccogliere è quella di individuare e valorizzare uomini e donne in grado di ridare senso alla politica, più di ogni riforma e più di ogni intervento legislativo. Per farlo ha bisogno di un partito come luogo di selezione. Non un partito leggero, semplice comitato elettorale che rischia di diventare anche un comitato d’affari. Né un insieme di satrapie locali gestite da signorotti arroganti e improvvisati. Ma un partito vero, una agorà dove confrontare idee, elaborare strategie, indirizzare contenuti e visioni culturali e soprattutto immaginare il futuro attraverso una classe dirigente che possa essere esempio per il paese.
Berlusconi utilizzi l’ultimo dato elettorale ed il segnale di disaffezione alla politica emerso, per una serie di analisi vere, sottraendosi ai maghi dei grafici e delle percentuali. Le ultime elezioni le ha vinte lui, non il Pdl. E questo, in prospettiva non è una forza ma una cronica debolezza.
La sbornia antipolitica degli anni ’90 rischia di tornare sotto le vesti dei nuovi scandali e della crisi economica. Ma a differenza di 15 anni fa, il Premier non può giocare per sé la carta dell’imprenditore che scende nel terreno della politica. Oggi la politica è lui.
 

© Il Tempo, 16 Maggio 2010
Immagine: Franz Borghese, La manna, 1986