Ragionare su Berlusconi e sul berlusconismo impegna da anni molte intelligenze del nostro Paese, con atteggiamenti variegati e spesso fumettistici a seconda del posizionamento ideologico e sensoriale. A sinistra, in genere, lo si fa inciampando in quel vizietto pretestuoso di essere convinti di star sempre dalla parte giusta e progressiva della storia, per cui ogni fenomeno sociale, politico, culturale che devia rispetto alla pretesa verità, diventa una stortura del Creato, un errore antropologico, il maleficio di un potere sicuramente corrotto da combattere con tutte le armi, lecite e meno lecite. Atteggiamento tipico di un’abominevole classe intellettuale che in questo paese continua a occupare lussuosamente le redazioni dei giornali, i talk show televisivi, le cattedre universitarie, i premi letterari, ma che per questo paese ha fatto sempre molto poco. E così può succedere di inciampare nell’ennesima puntata radical-erotomane di Gad Lerner, dedicata al corpo delle donne e al potere, e sentire una elegante giornalista di Repubblica (ovviamente!), dire che è colpa di Berlusconi e delle sue televisioni (ovviamente!) se la donna viene rappresentata sui media attraverso stereotipi lontani dalla realtà; dimenticando che il problema è un po’ più complesso e affonda le sue radici in quel processo di “annullamento simbolico” del femminile da parte dei media, che già Gaye Tuchman nel lontano 1978 aveva individuato per lo scenario americano; quindi ben prima di Berlusconi e “delle sue tv” e ben lontano dall’Italia. Paradosso di una sinistra che non ha più memoria di sé, passata per questo da Pasolini e Calvino a Michele Santoro.
Se a sinistra il berlusconismo è oggetto di molte analisi da operetta, a destra ci si alterna in genere tra due estremi: da una parte gli intellettuali della destra-chic che di Berlusconi hanno idee non dissimili da quelle dei loro colleghi della sinistra conformista. Dall’altra i devoti berlusconiani incapaci di fare una critica neanche se il Cavaliere decidesse di punto in bianco di diventare un “comunista”.
Il problema è anche legato al fatto che il berlusconismo è un fenomeno che oggettivamente sfugge alle categorie: è politico ma non lo è, è sociologico ma neanche tanto. Il berlusconismo è un fenomeno metapolitico nel significato che il filosofo Alain Badiou ha dato a questa parola: “una contemporaneità che produce effetti filosofici”. Berlusconi ha generato nell’Italia moderna una costante storica assente prima: quella del movimento come stimolo all’idea di azione e l’azione come atto-forza della politica. E’ questo ciò che molti critici non colgono.
Il berlusconismo non è un vuoto di immaginazione, come sembra dire Galli Della Loggia, al contrario è un’immaginazione nuova che ha accelerato il cambiamento del paese e gettato le basi di una nuova Italia. Berlusconi non ha un’idea “ludico-cosmetica” della politica, come ha scritto Alessandro Campi recentemente, al contrario Berlusconi ha portato un’immagine estetica e vitale ad una politica che era brutta e noiosa. E questa vitalità è data proprio da un’idea dinamica della politica, nel rapporto diretto tra leader e popolo che sfugge ad ogni filtro intellettuale e sociale.
Dalla sua discesa in campo nel ’94, fino al gesto futurista del predellino, Berlusconi ha incarnato l’idea del cambiamento, del mutamento quasi genetico di un sistema bloccato per decenni dentro logiche dettate dagli equilibri internazionali e dagli equilibrismi nazionali. Lo ha fatto sugli orizzonti aperti dopo la caduta del Muro di Berlino, nei cambiamenti scaturiti dai nuovi assetti geopolitici e nelle trasformazioni sociali della fine del millennio. Lo ha fatto partendo dal deserto generato da tangentopoli e dall’azzeramento dei partiti storici della prima Repubblica; lo ha fatto nonostante l’inadeguatezza della classe intellettuale del nostro paese priva di stimoli visionari in grado di capire veramente l’Italia e i suoi cambiamenti e sotto il tiro continuo di un sistema dell’informazione che in nessuna altra democrazia è così asservito a interessi contrari alla grande politica; lo ha fatto a scapito di poteri economici e finanziari gelosi di ogni cambiamento e di un potere giudiziario condizionato da drammatiche storture ideologiche. Eppure lo ha fatto, creando un bipolarismo che prima ancora che ingessato nella forma di un bipartitismo, è stato vivo nella sostanza di una società che è vissuta tra il berlusconismo e l’antiberlusconismo. Qualsiasi giudizio possiamo dare su Berlusconi, è indubbio che il Cavaliere ha rappresentato la leadership politica che più di ogni altra ha incarnato l’idea dell’azione e della rottura di ogni schema precostituito: Berlusconi è stato fino ad oggi cambiamento, innovazione, anomalia, spiazzamento, trasformazione, scandalo, stupore, sorpresa, speranza, nella politica, nei linguaggi, nelle forme, nei progetti, nella costruzione di identità nuove e di nuovo senso.
Oggi in assenza di nemici esterni e interni, sconfitti o in fuga, il principale nemico di Berlusconi è Berlusconi stesso. La sua abitudine a pensarsi imprenditore prestato alla politica e non ciò che ormai è: un leader politico capace di influire nei processi storici, uno statista vero, con buona pace dei suoi denigratori.
La brutta politica emersa nei recenti scandali colpisce il berlusconismo nella sua essenza, lo tradisce, lo schiaccia in una dimensione troppo simile a ciò che lui ha sempre combattuto. Lo rende uguale agli altri. Per questo Berlusconi se ne deve liberare al più presto, liberandosi di coloro che l’hanno determinata, per rendere più credibile anche la stagione di crisi e di sacrifici che, con responsabilità, sta chiedendo al paese. Solo così potrà continuare la sua rivoluzione italiana.

© Il Tempo, 29 Maggio 2010
Immagine: Umberto Boccioni, Dinamismo di un ciclista, 1913