Il Tempo, al pari di molti altri quotidiani, da diversi mesi sta conducendo una battaglia dura contro gli sprechi della politica. Ma come spesso accade quando la critica diventa troppo fine a se stessa, scivola in atteggiamenti demagogici e perde di vista il vero problema: e cioè il fatto che la crisi che stiamo attraversando, non solo in Italia, è strettamente legata alla perdita di funzione e di ruolo della politica come spazio sovrano, pubblico, in grado di determinare le scelte necessarie e condivise per il governo della polis.
Nel suo recente intervento all’Ocse, Silvio Berlusconi ha pronunciato una frase inquietante, rimasta soffocata dalle solite polemiche strumentali. Il premier italiano ha detto che “il potere, se esiste, non esiste addosso a coloro che reggono le sorti dei governi e dei paesi”. Più chiaro di così si muore. Quello di Berlusconi è un atto d’accusa verso il processo di neutralizzazione della politica, del suo ruolo e della sua funzione sovrana ad opera di potentati economici e finanziari, di cui la recente crisi globale è la prova più evidente. Neutralizzazione che mette in crisi le democrazie occidentali, sempre più ostaggio di apparati tecnocratici e burocrazie che impongono le scelte di politica economica scaricando poi sui governi le conseguenze sociali di tali scelte.
Se i governi europei diventano ostaggio delle agenzie internazionali di rating, forse qualche problema dovremmo porcelo. Quello che è successo in Grecia, e che potrebbe succedere in Spagna o in Italia, rappresenta il fatto che i governi stanno ormai diventando semplici “revisori dei conti” predisposti da altri.
Questo processo ha un suo riflesso evidente anche nel nostro Paese dove la retorica sulla “casta dei politici” è alimentata soprattutto da quegli organi d’informazione diretta espressione di grandi poteri economici e finanziari che hanno tutto l’interesse a che la politica sia debole e sotto attacco dell’opinione pubblica. Per esempio, ci siamo resi conto che nell’ultima manovra economica presentata da Tremonti, non c’è alcun provvedimento sostanziale verso le banche che rappresentano il sistema finanziario globale colpevole della crisi che paghiamo tutti? Perché? Sappiamo perfettamente che le caste dal potere impermeabile sono ben altre e intoccabili. I governi e i parlamenti si possono mandare a casa, i banchieri che hanno generato un sistema finanziario finalizzato ad aiutare solo il grande capitale e a soffocare le piccole e medie imprese (vero cuore del nostro sistema produttivo) e contribuito a generare un’economia finanziaria speculativa, no.
E se ci soffermiamo così minuziosamente a fare i conti in tasca ai nostri politici, quando inizieremo a fare i conti su quanto ci è costato quel capitalismo italiano familistico che troppo spesso ha vissuto e prosperato scaricando sul Paese il prezzo delle proprie inefficienze ed incapacità? Ed è giusto denunciare i privilegi dei politici (quando ci sono veramente), ma credo sia altrettanto giusto mettere a conoscenza dell’opinione pubblica, con lo stesso vigore e con la stessa insistenza, i privilegi di una casta di boiardi di Stato e non, tecnocrati, burocrati, primi responsabili delle politiche economiche dissennate che hanno determinato il nostro debito pubblico e che agiscono spesso all’ombra della politica, sottotraccia, come una rete invisibile.
Il problema è che oggi la politica nazionale (quella che si fa in Parlamento) è troppo debole, non troppo forte. Troppo piccola per le grandi sfide globali e troppo lontana dai problemi che nascono sul territorio.
Allora proviamo a lanciare noi una scommessa nuova. Qualcuno vuole la politica dei governi ridotta ad amministrazione controllata del debito. E uno degli strumenti per farlo è alimentare il disprezzo per la politica e per i suoi protagonisti. Invertiamo i criteri, iniziamo a denunciare le vere caste che abitano e prosperano in questo paese. E chiediamo alla politica più consapevolezza di sé e lo scatto di orgoglio che fino ad oggi non ha avuto. Iniziamo una grande battaglia per cambiare questa assurda legge elettorale, che non consente di selezionare classe dirigente adeguata e impoverisce la politica del suo ruolo fondante: il riconoscimento di rappresentanza diretta dato dai cittadini. Proviamo finalmente a dire e a fare qualcosa di destra.

© Il Tempo, 31 Maggio 2010
Immagine: Paul Cézanne, Il padre dell’artista, 1886