La storia è questa: il quotidiano turco Hurryet pubblica una foto del recente blitz israeliano sulla nave diretta a Gaza nel quale sono morti 9 attivisti islamici; in questa foto alcuni “pacifisti” sono armati di coltello e circondano un militare israeliano ferito. La foto viene rilanciata nei circuiti internazionali dall’agenzia Reuters, ma con un piccolo accorgimento: viene tagliato il bordo destro così da far sparire la mano pacifista con coltello annesso. In questo modo la versione ufficiale israeliana, secondo cui i soldati avrebbero aperto il fuoco solo dopo l’aggressione armata degli occupanti, viene smentita e viene avvalorata l’idea che sulla nave diretta a Gaza vi fossero solo pacifisti inermi, colorati arcobaleni e hippie stile “love not war”. La Reuters ha respinto ogni addebito, affermando che si è trattato solo di un errore tecnico. Noi non abbiamo motivo di dubitarne, se non fosse che in rete, alcuni blogger americani, hanno rintracciato una seconda foto della Reuters che ha subìto lo stesso errore tecnico. Il problema è che non è la prima volta che la più importante agenzia giornalistica del mondo incappa nell’errore tecnico della manipolazione. E guarda caso, sempre ai danni di Israele.
Nel luglio 2006, all’epoca della guerra in Libano, fecero scandalo le foto taroccate della Reuters, scattate dal fotografo libanese Adnan Haji. All’indomani dell’abbattimento di un edificio in un quartiere di Beirut, sede di una postazione Hezbollah, la Reuters pubblicò la foto che ritraeva l’intero quartiere di Beirut in fiamme, smentendo la versione israeliana dell’intervento chirurgico su un unico edificio covo di terroristi. Tra un edificio abbattuto e un intero quartiere bombardato la differenza indubbiamente è tanta. Fu Little Green Football, curioso nome di un blogger conservatore americano (lo stesso che ha pubblicato le due foto della nave turca), a svelare l’arcano. La foto che il reporter libanese aveva realizzato era stata taroccata con un programma grafico, ampliando la colorazione del fumo per far credere che il bombardamento fosse stato indiscriminato su obiettivi civili. Risultato, la Reuters fu costretta a licenziare il fotografo e solo in seguito si scoprì che moltissime altre foto del reporter, che l’agenzia aveva venduto ai giornali occidentali, erano state falsificate o modificate per costruire un’immagine criminale di Israele.
Nelle stesse settimane il New York Times pubblicò un’immagine che fece il giro del mondo. Dopo il bombardamento di Tiro ad opera dell’aviazione israeliana, le autorità di Tel Aviv avevano specificato che non vi erano stato morti ma solo la distruzione di obiettivi logistici. Eppure il prestigioso quotidiano diffuse l’immagine di un cadavere estratto dalle macerie in braccio ad un soccorritore, come fosse la Pietà di Michelangelo. Peccato che quella foto fosse parte di una sequenza di 5 foto visibili solo nella versione online del giornale, in cui il presunto morto compariva vivo e vegeto zampettando tra una maceria e l’altra. Era l’aiutante del fotografo americano in una scena costruita a tavolino. Dopo 10 giorni dalla pubblicazione delle foto, smascherato il trucco (grazie a dei blogger americani e italiani che rimbalzarono l’imbroglio sulla rete) il New York Times fu costretto a pubbliche scuse.
Gli episodi raccontati, solo una parte di quelli che si potrebbero raccontare, obbligano ad alcune riflessioni. La prima è di tipo politico e riguarda Israele, l’unica democrazia mediorientale costretta a difendersi non solo dal terrorismo e dall’integralismo che vogliono annientarla, ma anche da quei media occidentali che spesso sono i principali alleati dei suoi nemici. Paradosso di una informazione democratica che sceglie di combattere una democrazia con le armi della disinformazione.
La seconda considerazione riguarda il ruolo dei media nella narrazione dei conflitti e dei fenomeni globali, nella definizione dei limiti della verità e di ciò che chiamiamo diritto di cronaca. Nella moderna società dell’informazione, le immagini hanno il sopravvento rispetto alla comunicazione scritta e quindi la manipolazione di una foto o di un video falsifica la realtà e il senso di essa molto più efficacemente di qualsiasi articolo scritto e opinabile nei suoi contenuti. Un articolo è la visione di chi scrive. Una foto pretende di essere la realtà. La parola esprime un pensiero per forza parziale. L’immagine racchiude la totalità di un fatto. Ad una foto noi tendiamo a riconoscere una oggettività che non siamo abituati a dare ad un testo scritto. Per questo falsificare una foto è molto più grave che scrivere una falsità. Ogni volta che emerge uno scandalo relativo alla manipolazione dell’informazione da parte di chi ne dovrebbe essere il garante, e cioè i media stessi, viene messa in discussione il valore di una democrazia. La responsabilità sociale dei media è oggi il problema della libertà. Nell’epoca della grande rete interattiva globale che garantisce il libero accesso alla conoscenza, il tema del nostro tempo non è un’impossibile limitazione di ciò che circola (paura novecentesca utile a stupide battaglie strumentali) ma il fondamento di verità di ciò che viene reso fruibile. Oggi il vero problema non è la libertà di informazione, ma la verità dell’informazione.

© Il Tempo, 10 Giugno 2010 (pubblicato con il titolo: Foto-trppola per Israele)