Dario Fo e Giorgio Albertazzi, uniti dal teatro e dalla Repubblica Sociale. Accade di incontrarli in qualche maniera lo stesso giorno. Il primo attraverso il video-appello pubblicato da Repubblica contro la legge Alfano. Il secondo, dal vivo, in un incontro dedicato a D’Annunzio a Roma.

 Il premio Nobel per la letteratura (che con la sua nomina ha fatto capire al mondo che è stronzata è quel premio) spiega che con la legge sulle intercettazioni “sarà il Governo a decidere quali notizie i giornali potranno pubblicare e quali è proibito”. Che dire: il problema è che Dario Fo colleziona appelli da 40 anni, instancabilmente; da quel lontano 1971 quando appose la sua firma all’appello dell’Espresso contro il povero commissario Calabresi. Altri al posto suo avrebbero desistito. Ma lui no. Questa arcaica figura di intellettuale militante, coscienza civile di se stesso, espressione decrepita di un mondo ormai scomparso, sta sempre lì, sfinge messa a guardia di una vecchia e morente nomenclatura.

Poi passa qualche ora e penso che non tutto è perduto. E che la vecchiaia può essere anche bella. Quando ascolto Giorgio Albertazzi, improvvisare la “Pioggia del Pineto” di D’Annunzio portandomi per mano a Fiume, in volo su Vienna a bordo di un nobile arditismo e nella “favola bella che ieri m’illuse”. E penso alla freschezza della cultura italiana così giovane nella sua vecchiezza e mi rassereno sul fatto che si può anche invecchiare nella serenità di uno spirito alto e non affogare nel rimbambinismo militante….