Mohammed Said al-Sahaf era il famoso e ridicolo Ministro dell’informazione iracheno ai tempi di Saddam Hussein il quale, mentre gli americani occupavano Baghdad, smantellavano i punti sensibili, disarticolavano la capacità operativa della Guardia Repubblicana e abbattevano le statue del dittatore iracheno, continuava a rilasciare dichiarazioni tranquillizzanti e proclami di vittoria fino a quando un ufficiale dei marines non bussò alla porta del suo ufficio. Fedele esecutore di un copione scritto per sé, continuava imperterrito a rassicurare gli iracheni che gli infedeli erano lontani, mentre gli iracheni abbracciavano gli infedeli per le strade di Baghdad.
Nel Pdl di questi ultimi mesi è avvenuta più o meno la stessa cosa; come un’infezione acuta, un virus, un fungo allucinogeno che ha sviluppato una sindrome di Sahaf, una parte della dirigenza di centrodestra ha continuato a tranquillizzare se stessa sul proprio stato di salute mentre il partito si sgretolava localmente, disarticolava la sua classe dirigente generando le condizioni di una guerra interna che ora rischia di lasciare pochi prigionieri e troppi ostaggi di logiche perverse. Se l’implosione del Pdl non è più una suggestione analitica di qualche politologo da strapazzo o la previsione di un menagramo da editoriali domenicali, c’è da chiedersi cosa abbia prodotto una crisi così violenta da rischiare di assestare un colpo basso e devastante non solo a tutta la stagione di governo berlusconiano, ma anche alla possibilità di costruire nel paese una forza politica radicata a vocazione maggioritaria capace di guidare la transizione verso un nuovo sistema politico.
Nell’eterna tensione tra verità e inganno, la politica corre il suo più grande pericolo nell’auto-inganno, quella strana dinamica che porta l’ingannatore a falsare così nettamente la realtà da rompere con essa qualsiasi contatto e convincersi che è vero ciò lui stesso ha inventato. Fenomeno studiato anche da Hanna Arendt in relazione al comportamento dell’amministrazione Usa in Vietnam, l’auto-inganno in politica si sviluppa nei periodi di dominio assoluto, di forza egemone, quando non esistono pericoli esterni, né minacce organizzate, ma anche nelle fasi acute di conflitto. Può valere per le grandi potenze nella gestione delle relazioni internazionali, così come per i leader e le formazioni politiche nelle dialettiche interne. Quando un dinamica politica acquista la forma dell’auto-inganno il pericolo è quello di un risveglio brusco e troppo doloroso per rialzarsi in piedi.
Ancora qualche giorno fa, in un’intervista al Corriere della Sera, Denis Verdini, uno dei coordinatori dell’innaturale triumvirato che governa il Pdl, ha dichiarato che il partito che si vuole realizzare non è “un partito di stampo ottocentesco, dove ognuno trova le sue piccole nicchie di potere” ma “un partito che crea un rapporto diretto tra il leader, Silvio Berlusconi, e gli elettori”. Idea questa, ripresa dal ministro Brambilla e da altri dirigenti del Pdl in preda alla sindrome di Sahaf.
Ora a quale partito “ottocentesco” Verdini si riferisse non è dato saperlo. Forse, più realisticamente si riferiva ai partiti di massa ideologici che nel ‘900 hanno accompagnato le culture politiche esaurite nella crisi della modernità. Ma è ovvio che non sono i partiti a garantire il rapporto tra leadership ed elettorato perché un leader il rapporto con l’elettorato se lo crea da sé. Semmai, la funzione di un partito dovrebbe essere quella di articolare la complessità sapendo che è sempre più difficile, nella frammentazione dei corpi sociali, intercettare istanze, processi di cambiamento e generare la tanto desiderata nuova classe dirigente di cui questo paese ha dannatamente bisogno. Esattamente ciò che il Pdl non ha saputo fare.
La realtà è che questa idea di partito leggero, dietro la retorica di voler eliminare le nicchie di potere, ha costruito una nomenclatura impermeabile ad ogni forma di condivisione, autoritaria, non comunicativa, che non rappresenta in nulla il leader carismatico e che si configura localmente come una serie di anacronistiche satrapie che si trasformano con grande facilità in comitati d’affari e di interessi di piccole e affamate oligarchie. Qui, inganno e auto-inganno raggiungono l’apice. Un partito lontano dalla politica rischia grosso: e il rischio più grande per il Popolo della Libertà è di rimanere senza popolo. Come è accaduto a Firenze, proprio nella patria politica di Verdini, qualche giorno fa, dove nella sua prima manifestazione contro l’amministrazione di centro-sinistra, il Pdl post-ottocentesco ha portato in piazza 25 persone, costringendo i vertici locali a disertare la manifestazione. Venticinque persone per il più importante partito di governo d’Europa sono qualcosa di peggio di un brusco risveglio. Come per il ministro Sahaf, la dialettica politica tra inganno e auto-inganno rischia di trovare il suo compimento nel ridicolo.

© Il Tempo, 28 Luglio 2010