di Giampaolo Rossi 

Una costante di quasi tutte le previsioni è quella di non cogliere nel segno. In questo gioco al bersaglio mancato, spesso sono stati gli intellettuali ad avere la mira più sbagliata. Nel nostro computo decimale del tempo, dieci anni in genere sono un periodo sufficiente per verificare previsioni e analisi. E così dieci anni fa, in Europa, le riflessioni sui temi dell’immigrazione islamica e dell’integrazione svolazzavano ancora sopra scenari idilliaci con inevitabili arcobaleni che si stagliavano su orizzonti pacifici e cieli limpidi. Era il tempo in cui un grande islamista francese come Gilles Kepel veniva osannato in Italia perché rassicurava le anime candide del progressismo multiculturale dicendo che “il ciclo storico dell’islamismo radicale è finito”. Eppure, allora, a qualcuno il sospetto che le cose non sarebbero andate proprio lisce era venuto. In Inghilterra, ad esempio, il rapporto del Census Bureau, che prevedeva entro il 2100 la popolazione bianca britannica divenire minoritaria rispetto a quella di colore, portò il quotidiano The Observer, non certo con simpatie di destra, ad aprire un ampio dibattito culturale attorno ai problemi posti dai flussi migratori non europei sempre più consistenti e alla compatibilità di culture altre con la tradizione culturale e giuridica inglese. Più sommessamente in Italia, il problema del rapporto tra l’immigrazione islamica e la nostra identità nazionale fu posto per primo non da un politico, né da un intellettuale, ma da un “pastore di anime”, una delle più grandi intelligenze che la Chiesa di Roma abbia avuto in dono in questi anni: il cardinale Giacomo Biffi, che in un nota pastorale ricordava che le politiche immigratorie e di integrazione dovevano preoccuparsi seriamente “di salvaguardare l’identità della nazione italiana” e, riferendosi all’Islam, che “non tutte le culture sono conciliabili con la nostra”.
In questi 10 anni abbiamo visto com’è andata: ci sono stati l’11 settembre, la guerra in Afghanistan e in Iraq, le stragi islamiche in Europa, Al Quaeda, il cortocircuito iraniano, la radicalizzazione della lotta terroristica in medio Oriente, l’accentuarsi della persecuzione dei cristiani nei paesi musulmani, le violenze islamiste contro cittadini europei a casa nostra, ma soprattutto l’emergere sempre più evidente di contraddizioni vive nel corpo dell’Europa, dove la convivenza con molti immigrati di religione islamica è iniziata a scricchiolare proprio attorno ai rapporti tra le nostre tradizioni culturali e giuridiche e le loro.
Per questo oggi la decisione del governo francese di aggiungersi al Belgio nel vietare per legge l’utilizzo in luoghi pubblici del burqa e del niqab (il velo che lascia scoperti solo gli occhi) diventa uno spartiacque su questa questione; perché la Francia è la patria europea dei diritti civili e perché il suo peso specifico in Europa è ovviamente diverso. La scelta del governo Sarkozy ha un valore più simbolico che sostanziale, visto che, di fatto, riguarda una fetta assolutamente minoritaria delle immigrate islamiche in Francia (circa 2000, secondo stime del Governo). Ma proprio per la sua carica simbolica, assume un peso dirompente. Innanzitutto per la Francia, perché la stragrande maggioranza di musulmane costrette a portare il burqa risiede nelle grandi città e si concentra nelle zone a rischio delle grandi periferie turbolente abitate in prevalenza da immigrati islamici, dove criminalità, conflittualità sociale e spinte integraliste hanno creato in passato una miscela esplosiva di rivolta. Inoltre perché questa decisione, apre la strada a quella di altre nazioni europee che stanno elaborando normative e leggi analoghe, e tra queste l’Italia.
La scelta francese offre una chiave di lettura nuova per definire la politica da adottare nei confronti di un islam radicale sempre più presente in Europa e pericolosamente sottovalutato dall’opinione pubblica. Il divieto del burqa non è solo una questione di “ordine pubblico” per compiacere l’apolide burocrazia di Bruxelles e la sua ossessiva logica del controllo. La scelta francese abbraccia il problema centrale del nostro tempo: l’affermazione dell’identità nazionale in una moderna democrazia liberale. L’Islam rimane una cultura in conflitto con la modernità. Soprattutto con la nostra modernità, da cui derivano le nostre leggi, la nostra concezione del diritto e della persona. Questa natura irriducibile, che si manifesta, per esempio, nella difficoltà di scindere il dato religioso da quello civico, altera il rapporto di reciprocità tra noi e loro. La possibilità di far crescere anche una cittadinanza europea di religione islamica davvero integrata, passa per la capacità dei governi europei di imporre con forza una sovranità che non è solo legislativa ma culturale, in linea con la nostra tradizione e la nostra identità. Quello che ha fatto Sarkozy.


Il Tempo, 18 Settembre 2010