Dopo un’estate di letture garibaldine, sapere che al Festival di Venezia si presentava un film italiano proprio sul Risorgimento sembrava quasi un segno del destino. Ma c’ha pensato Mario Martone, il regista del film, a ricordarci che il destino non esiste. “Noi credevamo”, il suo film sull’Italia risorgimentale, è un polpettone noioso a metà strada tra un libro di storia mal scritto e un documentario di antropologia culturale sul meridione ottocentesco. Niente di più. Anzi, se è possibile, qualcosa di meno: il solito viaggio introspettivo e catacombale nelle disillusioni di una rivoluzione tradita e dell’ennesima generazione di sfigati sconfitti. Con in più l’aggravante della durata di tre ore. Non un’immagine, né una scena che rimangano nella memoria come suggello del più importante periodo della nostra storia nazionale.
Ma perché il cinema italiano dei nostri giorni, non riesce a raccontare la storia d’Italia con la limpidezza e la forza che le immagini consentono? Perché i registi italiani contemporanei non riescono ad uscire dalla malattia dell’attualismo, quella degenerazione ideologica che impone loro di raccontare gli avvenimenti passati piegandoli alle loro convinzioni sul presente? Il cinema americano e quello inglese sanno narrare la storia dei propri paesi con la forza immaginifica del sogno perché hanno compreso quanto il sogno messo nella storia è il cibo che nutre l’immaginario collettivo. E’ così che hanno costruito miti e dato forma all’identità nazionale, anche laddove la storia da sola non ci sarebbe riuscita. Viene in mente quel pezzo di poesia stravagante e commovente che segna il tempo della battaglia di Fort Alamo nel film di John Hancock del 2004 “Alamo, gli ultimi eroi”; quando in un tramonto di paura e tensione che anticipa l’attacco finale delle truppe di Sant’Anna, Davy Crockett prende il suo violino e sconfigge da solo la fanfara dell’esercito messicano accampato. Basta una scena così a raccontare lo spirito di un popolo e magari a trasformare un episodio marginale della storia, come fu l’assedio di Alamo, in un’epopea.
Da sempre, l’epica è il genere narrativo che costruisce e fissa l’immaginario simbolico di un popolo; ed è con essa che la memoria collettiva riconosce i suoi eroi e la propria identità. Un popolo che non ha bisogno di eroi non è beato, come sperava Bertolt Brecht; semplicemente non è un popolo. Ecco perché le grandi culture nazionali, anche nei giudizi più critici, hanno usato il cinema per narrare guerre ed eroismi che ad esse appartenevano creando un genere specifico: il war movie. Al contrario, il nostro cinema non sa più raccontare la guerra e per questo non riesce a raccontare la storia, riducendola a monologhi psicanalitici e trame contorte che non emozionano né fanno capire gli avvenimenti. Vizio antico della nostra classe intellettuale, che non ha mai applicato il valore immaginifico del cinema ed il suo ruolo di grande narrazione collettiva, ai momenti cruciali della nostra storia e della nostra memoria. Ma anzi ha cercato di distoglierne la forza evocativa. Solo in Italia può succedere che una battaglia come El Alamein, dove i nostri soldati trasformarono la sconfitta in un eroismo tragico ammirato e cantato dai loro nemici, diventi, nella mente di un regista italiano come Monteleone, un lettino di psicoanalisi pacifiste. Basterebbe confrontarlo con la sconfitta americana in Somalia, raccontata da Ridley Scott in “Black Hawk Down”.
Cinema e televisione sono stati i maggiori vettori di formazione delle identità sociali del Novecento. Continuano ad esserlo tuttora, anche nel tempo del web, della rete interattiva e del grande presente sospeso in quella virtualità reale che si chiama internet. Ancora di più, i nuovi linguaggi crossmediali costruiscono le sintesi poetiche e narrative che, mettendo insieme cinema, tv, internet, modificano i rapporti tra sapere e identità. Tutto questo, il cinema italiano e i suoi registi sembrano non capirlo. E questo è tanto più evidente quando il nostro cinema si misura con la storia nazionale. Il nostro percorso unitario, iniziato col Risorgimento e completato sul Piave, è stato anche una storia di guerre, eroismi, azioni, atti impavidi, follie, suggestioni: non solo intrighi e conflitti di classe. Marinetti (uno che di cinema e di forza evocativa delle immagini ne capiva), definì l’Italia una “poesia armata”. Ma di questa poesia nel nostro cinema non c’è traccia.
Luca Barbareschi, grande attore e deputato finiano, che in “Noi credevamo” recita la parte di Antonio Gallenga, l’ex mazziniano regicida poi divenuto monarchico, con ingenua generosità ha paragonato il film di Martone al discorso di Fini a Mirabello. Per un attimo ci ammaliamo anche noi di attualismo e diciamo che Barbareschi ha ragione. Il film di Martone, come quasi tutto il cinema epico italiano, è come il discorso di Fini a Mirabello: un nulla per di più raccontato molto male.

 © Il Tempo, 21 Settembre 2010