Era prevedibile che ripartissero alla carica. Che dopo il discorso di Berlusconi a Milano si sarebbero lanciati di nuovo nella noiosa danza lugubre cui ci hanno abituato da tempo: la democrazia è in pericolo, è tornato il Cavaliere Nero. I soliti foschi intellettuali e i giornalisti della carta progressista hanno preso le parole di Berlusconi, le hanno ritagliate e gettate nel suk scandalizzato del politically correct. L’informazione moderna è un grande obitorio della verità, che più si ammanta di pluralismo, più distoglie da ciò che è reale. Nella lucidità del suo esilio, il pensatore rumeno Emile Cioran affermò che “una parola, una volta dissezionata non significa più nulla, non è più nulla. Come un corpo che dopo un’autopsia è meno di un cadavere”. Ridurre la forza evocativa della politica a “meno di un cadavere” può funzionare quando a parlare sono politici senza popolo; non quando Berlusconi imprime la sua forza di raccontare l’Italia com’è realmente, senza finzioni. A Milano il Cavaliere ha ricondotto a sé quel tratto distintivo del leader che in questi ultimi mesi aveva messo da parte. Non c’è nulla da fare: anche nella sua maschera più tesa, provata, portata all’estremo da una tensione che traspariva sotto forma a volte di rabbia e a volte di ironia, il Berlusconi di Milano ha lanciato ancora il grido di guerra al suo popolo, contro la congrega di intrallazzatori della politica che agiscono da tempo alle sue spalle: il valore della democrazia è la volontà popolare, è bene che lo ricordino tutti. Berlusconi colpisce nel segno quando è Berlusconi, quando non delega a fedeli cantastorie o a mediocri comprimari la narrazione di quel sogno di un’Italia diversa che porta avanti da 15 anni. E’ questo e ciò che i suoi nemici non accettano.
Il filosofo americano James Hillman ha scritto che la qualità di un leader è nel suo tratto animale e istintivo, che consente di riunire il pensiero all’azione, sconfiggendo lo spettro di Amleto, che dissangua la volontà nella ragionevolezza: male della politica dei nostri giorni, di quell’eccesso di prudenza che porta lontano l’agire e la verità. Berlusconi nega da sempre la riduzione intellettualistica della politica, restituendo ad essa il senso dell’immediatezza. Per questo, Berlusconi che parla è un tratto fondamentale del nostro tempo: con lui la parola diventa immagine. E quando lo ascolti capisci che la politica ha ancora qualcosa da dire e da fare in questo Paese. Poi ripensi al nulla cosmico di Fini a Mirabello; a Bersani e a quanta noia deve avere di se stesso; osservi il triste carosello del “popolo viola” e lo sguardo spiritato di quell’ex questurino o la bava rugosa di quel comico decadente e ti accorgi di che fortuna abbiamo noi, reazionari e orgogliosi conservatori, ad avere ancora un leader con la forza di voler cambiare questo paese.
A Milano Berlusconi ha ricordato il percorso tortuoso di questa democrazia, rammentando come l’ha difesa dall’arbitrio di una giustizia ideologizzata e di una politica svincolata dalla volontà popolare. Ha elencato con convinzione i meriti straordinari di un governo che sta traghettando con nobiltà ed efficienza il Paese attraverso una crisi globale e ha tracciato le linee di una nuova politica estera in un quadro geopolitico mutato ed in cui finalmente l’Italia ha un governo che difende gli interessi nazionali, senza più essere pedina di vecchi padroni. Ha attaccato con coraggio quella parte della magistratura che da ormai 20 anni viola lo Stato di diritto utilizzando la propria autonomia costituzionale per limitare l’autonomia della politica e modificare il corso della democrazia. E poi ha chiuso con la frase con cui ormai lui si congeda dal suo popolo dopo ogni comizio: “Vi auguro che possiate trasformare in realtà i vostri sogni”. Perché la politica non deve realizzare sogni ma costruire le condizioni perché ognuno possa realizzare il suo. Solo così, potendo realizzare i suoi sogni, l’individuo rispetterà ogni regola. Questo è il realismo della destra. Berlusconi, inconsapevolmente, abbraccia Euripide, nei tempi in cui la politica era ancora il fondamento della polis: “Non voglio elucubrazioni. Io so ciò di cui la città ha bisogno”. © Il Tempo, 6 Ottobre 2010
Immagine: Umberto Boccioni, La carica dei Lancieri, 1915