Al di là della rassicurazioni degli ultimi giorni, scommettere oggi sulla tenuta del governo Berlusconi è un rischio che pochi bookmaker si accollerebbero. Le fibrillazioni che attraversano la maggioranza e l’instabilità di questa fase politica, rendono oggettivamente difficile pensare di condurre in porto una legislatura che aveva il grande obiettivo di fare le riforme strutturali per il Paese. Nessuno probabilmente auspica il voto anticipato, o comunque se ne vuole assumere la responsabilità, ma le incognite rimangono tali da indurci, al contrario di molti osservatori, ad un grande pessimismo. La tregua stipulata da Berlusconi e Fini, stante ormai la degenerazione del rapporto umano e politico tra i due, sembra troppo labile per poter reggere.
Noi sappiamo che la psicologia spesso aiuta a comprendere i processi politici meglio della filosofia o della sociologia. Non c’è dubbio, come ricordava qualche giorno fa il nostro direttore, Mario Sechi, che la paura sia un elemento che condiziona le scelte dei leader nella valutazione dei costi e dei benefici che ogni decisione porta con sé. E che questa paura si allarghi anche ai deputati e ai senatori (anche quelli di opposizione) che non hanno alcuna intenzione di “andarsene a casa” come ha detto Berlusconi, dimostra che in questa fase il fattore psicologico condiziona la politica ancora più pesantemente.
Ma se la paura è un elemento importante, ce ne è un altro, altrettanto importante, che proprio perché non calcolabile, non viene mai preso in considerazione: la casualità. La politica cerca di allargare lo spazio della razionalità e di governo, mettendo ai margini il rischio che un elemento casuale alteri l’equilibrio e provochi la crisi; lo scopo è quello di piegare nella dimensione del prevedibile ciò che non lo è. La politica applica questo controllo prudenziale principalmente nelle fasi di conflitto aperto, che esigono verifica e misura per evitare che esso degeneri ed esca fuoripista producendo effetti inaspettati. Se il conflitto rimane latente, il rischio di un’evoluzione distruttiva è ancora maggiore.
La guerra tra Berlusconi e Fini in realtà semplifica, anche mediaticamente, una frattura più complessa che riguarda non solo i due leader, ma anche mai sopite rivalse interne alla vecchia An e fratture generazionali nel Pdl. Il risultato è che si sta arrivando ad una competizione feroce tra Pdl e Fli, che si sta allargando anche sui territori con lo scoppio di focolai di scontro e di confusione un po’ dovunque. Da questo punto di vista l’esempio siciliano è emblematico.
Il conflitto tra Berlusconi e Fini non lascia più molto spazio alla mediazione né al calcolo. Forse il realismo richiedeva una ricerca di sintesi prima, non ora. Lo scenario politico che abbiamo davanti è troppo sottoposto a pressioni per poter reggere: basterà un qualsiasi accadimento anche casuale a generare una crisi irreversibile: uno scivolone del governo in Parlamento (sempre più plausibile visto i numeri esigui), un’intervista sbagliata del kamikaze di partito di turno, la solita inchiesta a orologeria della Procura militante. Il corpo della maggioranza sembra ormai troppo debilitato. La compagine finiana sembra essere sempre più paragonabile ad una delle minuscole componenti conflittuali che destabilizzarono tutti gli ultimi governi di centro-sinistra, più che a un fedele alleato pronto a sacrificarsi per la tenuta di Berlusconi. Quando Fini formalizzerà ufficialmente il suo nuovo partito forse le ultime illusioni cadranno.
E allora cos’è più realistico? Risolvere lo scontro con il suo epilogo naturale, cioè il voto, o perpetuare l’illusione di una stagione di riforme che sembrano sempre più lontane? Per questo, al di là dei buoni propositi, la sensazione è che tutti, sopratutto i più realisti del re, stiano sotto sotto oliando i loro fucili.

© Il Tempo, 10 Ottobre 2010
Immagine: George Bellows, Stag at Sharkey’s, 1909