Gabriele Albertini è uno che il Cavaliere ascolta. E tanto. Due volte sindaco di Milano, ha rappresentato l’esempio concreto di un modello di buon governo di centrodestra che molti rimpiangono. Oggi eurodeputato del Pdl, Albertini incarna il sogno ed il modello berlusconiano dell’imprenditore entrato in politica che ha saputo amministrare e costruire la “politica del fare” che tanto piace al Cavaliere. Per questo la sua intervista ieri sul Corriere della Sera non è passata inosservata. Le critiche aspre al Pdl, alla sua gestione, a quei “pretoriani che consigliano l’imperatore” solo per le cose che riguardano “il loro pensiero e la conservazione del loro ruolo”, e il richiamo ad un problema etico interno al partito, hanno forse convinto il Cavaliere, dopo poche ore, a riconoscere che il partito non funziona. Perché le parole di Albertini non sono sparate solitarie ma l’ultimo anello di un malessere profondo che coinvolge innanzitutto le figure più rappresentative della storia berlusconiana sempre più marginalizzate dai parvenues del berlusconismo d’annata.
Insomma, il Cavaliere ha aperto ufficialmente la “questione Pdl”. Questione tanto più urgente perché Berlusconi è consapevole che, in caso di voto anticipato, stavolta lui da solo non basterà a sconfiggere un avversario che non si chiama più sinistra, ma astensionismo. Il rischio, cioé, di un tracollo del voto moderato deluso e di una polverizzazione verso formazioni minori che farebbe fallire il sistema bipolare, merito storico del berlusconismo. E il Cavaliere sa anche che, senza un Pdl radicato sul territorio e capace di mobilitazione, il pericolo è troppo grande; un partito così conciato è inutile o addirittura dannoso. Gli ultimi sconfortanti sondaggi, che danno ormai il Pdl nettamente sotto il 30%, dimostrano una crisi d’immagine che trascina con sé anche il Premier e il governo. E così il partito, da strumento di supporto e indirizzo di consensi per l’esecutivo e per il Presidente del Consiglio, sta diventando la principale causa della perdita di credibilità sia per l’uno che per l’altro.
Nei mesi scorsi il conflitto con Fini e con i finiani aveva coperto il problema. Oggi lo ingigantisce, perché il vero pericolo per Berlusconi è che il malcontento di una fetta importante della sua classe dirigente nazionale e territoriale porti su un piatto d’argento truppe fresche e motivate a rinfoltire lo sparuto drappello di Fli. Una “fuga di cervelli” che non tocca solo la vecchia componente di An, ma anche ambienti più strettamente berlusconiani, estromessi per pure logiche di potere. Proprio quello che sta accadendo in Sicilia e in Toscana con esiti del tutto diversi.
In Sicilia il Pdl, di fatto, non esiste più. Il nuovo Partito del Popolo siciliano di Miccichè frantuma ulteriormente una situazione già scossa dalla scissione dei finiani entrati nella nuova giunta del governatore Lombardo con Pd, Udc di Casini e rutelliani.
In Toscana il Pdl è in caduta libera: la costante emorragia di voti (oltre 240.000 alle ultime regionali) e una gestione monocratica lo stanno trasformando in un discount da cui la Lega e il nuovo partito finiano stanno attingendo pezzi di classe dirigente.
Sicilia e Toscana sono l’epifenomeno di un movimento tellurico che attraversa il partito un po’ dovunque: dall’Abruzzo alla Sardegna, dalla Lombardia alla Puglia, all’Emilia.
Parliamoci chiaro: questo Pdl, al di là della retorica sul “partito del leader”, in realtà del suo leader non ha più nulla. Né il dinamismo, né la lealtà, né il coraggio di Berlusconi. E soprattutto non ha nulla di quello spirito inclusivo, coinvolgente ed empatico che ha permesso al Cavaliere di vincere la battaglia per costruire il progetto di una destra moderna in Italia mettendo insieme culture diverse. Oggi il Pdl si barcamena tra una struttura immobile e burocratica e un’insostenibile leggerezza del non essere, camuffata da “partito leggero”. Le correnti sono state sostituite dai clan e la dimensione tribale del Pdl appare insopportabile. Risultato: il Pdl è incapace di svolgere la funzione per cui un partito dovrebbe esistere, e cioè selezionare classe dirigente, individuare gli interessi complessi e articolati nei vari segmenti sociali in frammentazione, orientare i percorsi di governo e acquisire consenso. Oggi, la faglia di rottura si muove tra il modello autoritario toscano e la polverizzazione siciliana. In entrambi i casi la liquefazione del sogno di un grande partito di centro-destra europeo. Una terza possibilità c’è: rivoluzionare il Pdl. Ma dipenderà da Berlusconi.

© Il Tempo, 11 Ottobre 2010
Immagine: James E. Allen, Spider Boy, 1937