In estrema sintesi, la grande rivoluzione finiana si è chiusa con uno dei discorsi più deludenti mai ascoltati negli ultimi anni. Un’ora e mezzo di appelli ad un’Italia più libera, più solidale, più rispettosa della persona umana, più aperta ai deboli, più legale, più moderna, più civile, più bella, più profumata. Insomma, un manifesto politico di buone intenzioni che saremmo disposti a sottoscrivere anche noi, poveri scellerati, incolti e illegali, che non abbiamo case a Montecarlo, né rendite politiche da difendere coi denti. Risultato finale: il nuovo movimento di Fini che dovrebbe cambiare per sempre il volto della politica italiana costruendo le sorti progressive di Futuro e Libertà per il paese, si è già arenato in una posizione così debole e contraddittoria da far rabbrividire le migliori pastoie prodiane dei governi di sinistra. La richiesta a Berlusconi di rimettere il suo mandato per costituire un nuovo governo con una nuova maggioranza, alla faccia del voto elettorale e del programma che anche Fini aveva sottoscritto oltre due anni fa, non danno l’immagine di un progetto politico e di una visione del paese moderna. Al contrario, sembrano il ritorno a quel sistema di manovre di palazzo e di tatticismi molto congeniale alla natura politica e psicologica del Presidente della Camera. Il bipolarismo e la seconda Repubblica saranno pure morti, come dice Fini, ma la prospettiva che lui apre è un salto all’indietro che non lascia ben sperare sulle capacità di progettualità politica di Fini e del suo movimento.
In realtà tutta la convention umbra di Fli è sembrata la replica dimessa di una kermesse berlusconiana, ma senza Berlusconi. Al di là delle scene di entusiasmo, delle lacrime teatrali, delle emozioni tipiche da svolta storica senza storia, la ritualità è stata la stessa. Persino il logo del nuovo partito, più simile a quello di un famoso formaggino, ha dato l’idea che tutta la retorica contro il personalismo leaderistico del Pdl è solo un modo per sostituirlo con un altro personalismo e neanche tanto leaderistico. Se l’inconscio venisse analizzato anche in politica, parlerebbe molto di più il grigio dell’abito che Fini ha scelto per il suo discorso, di qualsiasi analisi politologica.
Eppure, oltre a Gianfranco Fini, questa vecchia pretesa di nuova destra ha un altro epigono che merita attenzione: Italo Bocchino. A lui si deve la creazione di Generazione Italia, il movimento che ha dato forma al progetto di Futuro e Libertà e che ha il ruolo di definire persino “l’ossatura antropologica” (così ha detto Fabio Granata) dei nuovi militanti; è a lui si devono buona parte delle scelte politiche suicide degli ultimi mesi che Fini ha diligentemente eseguito.
Ma Bocchino riesce ad essere anche l’anima immaginifica del movimento finiano, capace di far salire al potere della retorica una fantasia grandiosa. Nel farneticante discorso introduttivo, con il passo giusto e il tono della voce potente, ha detto in buona sostanza che fu Fini, nel lontano 1993, con la sua candidatura a Sindaco di Roma, a decretare la fine della seconda Repubblica “quando qualcuno ancora non sapeva cosa era la politica”; e che sarà sempre lui il protagonista della terza Repubblica che sta nascendo. E questo con buona pace dello sdoganamento che in quei lontani anni l’imprenditore Berlusconi fece alla “destra impresentabile” del Msi, consentendo al giovane Fini di iniziare un percorso politico diverso negli anni in cui, insieme a Bocchino, ancora giocava a rievocare la necessità di un fascismo del 2000 e stringeva le mani a Le Pen e ai sussulti xenofobi in Europa.
La gratitudine non è certo una categoria della politica: concederla è cosa che attiene agli uomini d’onore. Ma, per chi pretende di fondare una nuova politica, come diceva Simone Weil, che perlomeno la verità non rimanga un “supplicante muto”.

© Il Tempo, 8 Novembre 2010, pubblicato con il titolo “Questo è un salto indietro”