di Giampaolo Rossi
L’immagine del segretario del Partito Democratico che va per tetti mentre la sinistra italiana è a terra, è un’icona amara, comica e surreale, di ciò che 20 anni di intellettualismo giustizialista e arroganza radical-chic hanno prodotto sulla genìa della classe dirigente politica del vecchio Pci. Schiacciata dal rachitismo intellettuale di Ezio Mauro e dalle paranoie giustizialiste di Travaglio, la sinistra italiana rimane incapace di cogliere l’essenza del berlusconismo e la sua natura, anche solo per provare a rigenerare se stessa. Recentemente, Goffredo Bettini, una delle poche residuali intelligenze politiche che abitano ancora da quella parte, ha riflettuto sulla fase attuale. Il punto di partenza della sua analisi è semplice: il berlusconismo è di fatto un personalismo esasperato che ha concentrato nella persona del premier sia il partito che l’attività del governo. In questa identificazione anche fisica, tra “Stato e corpo del re”, c’è la negazione della complessità moderna della politica e la prossima fine del berlusconismo stesso. Bettini è uno dei fautori, da sinistra, della Santa Alleanza elettorale tra Pd, centristi, finiani e rimasugli di opposizione, con lo scopo di aprire una fase costituente che riporti a un bipolarismo che lui vede ormai perduto. Come si possa arrivare al compimento del bipolarismo italiano attraverso la sua negazione (la Santa Alleanza costituente), Bettini non lo spiega, ma tradisce un clamoroso errore di valutazione quando afferma che, tra i leader che da sinistra oggi si oppongono a Berlusconi, solo Nichi Vendola “ha riscoperto un linguaggio non subalterno alla destra populista”. L’analisi di Bettini cade proprio in questa contraddizione: se il berlusconismo è una forma politica pre-moderna, allora non può essere populista. Di contro, se la destra è populista, allora non può essere pre-moderna. Perché il populismo è oggi un tratto moderno della democrazia, ponendosi come sintesi tra il ruolo di leadership carismatiche e il richiamo all’essenza popolare di movimenti e progetti politici; necessario approccio psicologico alla crisi delle democrazie parlamentari e delle funzioni di delega e rappresentanza su cui esse sono state costruite.
Il populismo di Berlusconi è stato il punto di partenza di quella rivoluzione dolce che, contro il golpe giustizialista del ’92, ha cercato di riconsegnare nelle mani della sovranità popolare una democrazia scippata; per questo è tuttora temuto dai tecnici della politica e dai costruttori senz’anima di immaginari democratici. Perché attraverso di esso, Berlusconi è riuscito a produrre qualcosa di più di una personalizzazione politica; ha riconsegnato il valore della democrazia nelle mani del suo legittimo proprietario: il popolo. Attraverso un bipolarismo sicuramente incompleto (perché ancora costruito sulla contrapposizione a lui, e questo non per sua responsabilità) egli ha ricollegato la politica alla gente attraverso la certezza di essere governati da chi si è scelto. Una novità, per la democrazia italiana. Non l’identificazione del corpo del re con lo Stato, ma l’identificazione del capo con il suo popolo, riuscendo a spezzare i filtri rappresentativi della politica astratta. Con il suo populismo Berlusconi ha saputo parlare agli operai senza bisogno dei sindacati, agli imprenditori senza bisogno della Confindustria, ai professionisti senza bisogno delle associazioni di categoria e alla gente senza passare per il filtro dei media e dei loro manipolatori; e ha costruito una dimensione immaginifica della politica senza bisogno di intellettuali e cantastorie.
E’ proprio questo che non hanno perdonato a Berlusconi: l’aver scardinato quei corpi intermedi cristallizzati che avevano costituito il vero schermo divisorio tra politica e società.
Quelli che prevedono la fine del berlusconismo, in realtà auspicano il ritorno della solita politica da corridoio, tanto cara a Fini, a Bersani, a Di Pietro e a giovanotti come Oscar Luigi Scalfaro. Il motivo è semplice: finché c’è Berlusconi loro, la politica, la possono fare solo sui tetti.
© Il Tempo, 27 Novembre 2010, pubblicato con il titolo “il populismo dei sinistri”