L’addio di Silvano Moffa a Futuro e Libertà, è un segnale molto più dirompente di quanto Fini e Bocchino riescano a immaginare; non solo perché Moffa rappresentava uno dei pochi politici finiani di esperienza e capacità politica, ma perché inverte l’immagine di Fli come partito capace di attrarre e non generare scontenti.
Silvano Moffa il moderato, Silvano Moffa la colomba, il mediatore. Alla fine, Silvano Moffa il coraggioso. Con la sua decisione di disertare il voto alla Camera, non ha solo contribuito a salvare il governo Berlusconi da una pessima operazione di potere, ma ha anche mostrato in tutta chiarezza la fragilità psicologica e politica di una classe dirigente finiana che subito dopo ha scatenato la caccia al dissidente come nelle migliori tradizioni bolsceviche. Eppure, Moffa è stato l’unico ad avere avuto il coraggio di chiedere le dimissioni di Italo Bocchino da capogruppo di quella armata Brancaleone disperata, che è ormai Futuro e Libertà. Perché chi, per ora, esce a pezzi dalla sconfitta alla Camera è proprio lui: Italo Bocchino, il convinto statista di cui Fini è diventato il replicante, affidandogli la folle strategia di rottura con il Pdl.
Si apre ora una crisi all’interno di Fli difficilmente sanabile in tempi brevi. Perché la ridotta da opposizione in cui Bocchino ha chiuso il partito finiano rischia di trasformare gli assedianti in assediati. Se il governo dura, per loro è già l’inizio della fine. Ora Fli sarà costretta a radicalizzare la sua ostilità verso il Pdl, appiattendosi su posizioni sempre meno coerenti con la tanto sbandierata appartenenza al centrodestra; posizioni che sconterà pesantemente in caso di elezioni anticipate. Ed inoltre, ridimensionata l’ipotesi del terzo polo, dove comunque Fli, dopo questa sconfitta, sarebbe la parte più debole, e con Berlusconi che ha escluso qualsiasi ipotesi di nuova alleanza con Fli, a Fini non rimane altro che un bell’abbraccio mortale con Bersani e Di Pietro. A questo ha portato la strategia di Bocchino. E’ quindi naturale che le intelligenze più attente di Futuro e Libertà, abbiano nei giorni scorsi cercato di scongiurare questa deriva, provando ad aprire un fronte interno per ridimensionare la dipendenza di Fini dal suo pasdaran.
Per questo Silvano Moffa e Italo Bocchino si sono trovati su fronti opposti. E l’incapacità storica di Fini di essere un vero leader e di mediare tra posizioni diverse (cosa che non è mai stato in grado di fare nemmeno dentro Alleanza Nazionale, limitandosi a sopportare le divisioni correntizie del partito), ha di fatto messo all’angolo ogni possibilità di trovare una sintesi.
D’altronde Silvano Moffa e Italo Bocchino, nonostante la comune provenienza missina, non hanno avuto mai nulla in comune. Silvano Moffa, politico colto e ottimo amministratore, proviene da quella destra rautiana che ha saputo ragionare sempre con caparbia intelligenza sulle trasformazioni globali generate dalla crisi dell’Occidente e dalla caduta del Muro di Berlino. E negli anni in cui Fini, intervistato dal giornalista Bocchino, rivendicava l’identità culturale e razziale italiana e la continuità dell’esperienza fascista, Silvano Moffa faceva il Presidente della Provincia di Roma, inaugurando la stagione di governo di una destra che per la prima volta si affacciava alle responsabilità della cosa pubblica con efficacia, onestà e competenza.
La differenza tra i due è proseguita dentro Fli, dove Moffa ha rappresentato una politica ancora in grado di essere spazio di razionalità e mediazione di interessi, cercando di mantenere Futuro e Libertà nel suo alveo naturale di centrodestra. Bocchino ha invece incarnato una politica da guappo, arrogante e spregiudicata, tutta incentrata sull’antiberlusconismo più consumato.
Ora sembrano già lontani i giorni trionfali di Mirabello e di quel nulla cosmico travestito da convention che è stata la due giorni di Bastia Umbra, in cui Futuro e Libertà lanciava il suo patinato Manifesto per l’Italia, tra la voce strozzata dalla commozione di Barbareschi e l’ora e mezza di parole di Gianfranco Fini. Bei giorni quelli, in cui quel foglio semiclandestino cui ormai è ridotto il Secolo d’Italia, campeggiava in tutte le rassegne stampa neanche fosse l’Unità il giorno dopo la Liberazione. Fini e il suo stratega, sono stati già sconfitti alla prima prova di forza. La vecchia nuova destra sembra già arrivata al capolinea.

© Il Tempo, 16 Dicembre 2010
Immagine: Ivan Albright, Into the world there came a soul named Ida, 1930