Alemanno volta pagina. Almeno così ha annunciato il sindaco di Roma, presentando la nuova giunta comunale. Ha promesso un “cambio di passo”, un’“accelerazione”, “l’apertura di una nuova fase” eppure, nonostante le vibranti rassicurazioni, la sensazione è che il sindaco oggi sia molto più debole e politicamente isolato. Augusto Del Noce, il grande filosofo conservatore e cattolico che è appartenuto alle letture di formazione della destra giovanile, spiegava che l’eterogenesi dei fini che attraversa la storia si riflette sui disegni rivoluzionari sotto forma di dissoluzione degli intenti originari. Il rischio quindi per Alemanno è che invece di una pagina voltata si ritrovi con un sipario calato sull’esperienza storica del primo governo di destra a Roma.
Quando una settimana fa annunciò, nella sorpresa generale, l’azzeramento della sua giunta, producendo un atto esplosivo per le possibili conseguenze politiche, in molti abbiamo creduto che lui, secondo una logica decisionista rara in una moderna democrazia, avesse già in tasca la nuova “giunta del sindaco” con la quale giocare in prima persona la partita del governo cittadino, senza più la mediazione di partiti, correnti e ambienti politici più o meno legittimati. La comunicazione ufficiale sembrava essere la conclusione di un percorso già avviato in grande segretezza e non il preannuncio di un salto nel buio. Nell’idea originaria dei consiglieri di Alemanno, a partire dal suo più stretto e ascoltato collaboratore Umberto Croppi, l’azzeramento della giunta doveva consentire al sindaco di personalizzare una nuova fase del governo cittadino, indebolito dagli scarsi risultati amministrativi e macchiato dagli scandali della parentopoli romana: insomma, un blitz stile reparti speciali. Qualcosa però è andato storto. Col passare del tempo la sensazione è stata sempre più quella di un’operazione priva di razionalità, balbettante nel suo svolgersi, che ha portato Alemanno ad incastrarsi proprio in quella palude di mediazioni e trattative da cui aveva avuto l’illusione di sganciarsi.
Sorprende che un politico come Alemanno non sappia che un atto di forza, una volta iniziato, va portato fino alle estreme conseguenze, altrimenti la forza generata si ritorce in direzione contraria. E’ una regola della politica. Alemanno invece è sembrato aver paura del gesto compiuto. E’ rimasto in mezzo al guado mentre la corrente del malcontento montava e le diverse anime del Pdl uscivano dallo stordimento iniziale. L’azione, che doveva essere lineare, incisiva, diretta e di breve durata, si è trasformata in una casbah di conflitti e richieste che hanno coinvolto tutti. Non solo il Pdl tornato in guerra nelle sue componenti romane, ma anche La Destra di Storace, l’Udc, e persino i cattolici di Rotondi che hanno costretto all’intervento diretto lo stesso Berlusconi per scongiurare la defenestrazione del vicesindaco Cutrufo e un rischio di ricaduta sugli equilibri nazionali.
Insomma, Alemanno ha combinato un caos. Il blitz si è trasformato in una tragicommedia politica, con il sindaco di Roma a girovagare in cerca di assessori della società civile che accettassero l’incarico e salvassero la sua immagine. Il risultato di questa operazione è ora un Pdl romano spaccato, con una parte di An (la forte componente dei gabbiani di Fabio Rampelli penalizzata dalle scelte del sindaco) sul piede di guerra, una parte della ex Forza Italia (quella dei fratelli De Lillo, altro serbatoio di voti cittadini) ormai pronta a transitare verso altri lidi e le restanti realtà politiche che sono riuscite a salvare le proprie posizioni ormai diffidenti sulla correttezza di Alemanno.
Fino ad oggi il sindaco è stato abile a sfruttare le divisioni storiche e le rivalità delle diverse componenti della ex An e dentro il Pdl, alleandosi prima con gli uni e poi con gli altri, stracciando accordi sottoscritti prima e adulando ex avversari e nemici. Una logica del “divide et impera” che gli ha consentito di apparire come necessario centro mediatore tra le diverse istanze. Ma è ovvio che questa situazione ora non può più durare. Se la percezione della fine del suo ciclo divenisse operativa politicamente, potrebbe portare quanto prima gli Augello, i Rampelli, i De Lillo a preferire un accordo virtuoso tra loro per preparare in maniera costruttiva la successione.
In più Alemanno non è riuscito, in questi anni, a costruire un suo gruppo di riferimento radicato nella capitale; i pochi politici di qualità legati a lui da solida amicizia, come ad esempio il deputato Antonio Buonfiglio, lo hanno abbandonato da tempo, in rottura con una gestione personalistica; e la defenestrazione di Umberto Croppi, inspiegabile da un punto di vista umano prima ancora che politico, mette in luce un altro aspetto: un capo politico che non difende i propri uomini e li sacrifica per salvarsi, pone un problema di inaffidabilità che a lungo andare si sconta con l’isolamento totale. La storica scommessa della destra su Roma ora si basa su una giunta che ha come nuovi assessori alcuni politici locali sicuramente non superiori a quelli che sono stati allontanati, un ex dirigente di Bankitalia e il presidente delle Acli, espressione di quel cattolicesimo di sinistra che non sarà mai una riserva di consensi per Alemanno. Il sindaco di Roma rischia di diventare una sorta di Rutelli di destra: benedetto dal Vaticano ma politicamente ininfluente.
 
© Il Tempo, 17 Gennaio 2011, pubblicato con il titolo “La Giunta spacca il Pdl romano”