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Il Tempo non è Repubblica; ed io non sono Barbara Spinelli. Non vivo a Parigi, non frequento la gauche inorridita da questa Italia berlusconizzata e non appartengo a quel giornalismo raffinato e colto che vomita da 15 anni odio nascondendosi dietro il disagio morale di vedere il proprio Paese ridotto così da questa destra indegna. Non mi chiamo nemmeno Zagrebelsky, come il Presidente onorario di Libertà e Giustizia, il grande giurista che arringa l’elite contro le “notti di Arcore in versione postribolare”. Mi chiamo banalmente Rossi, il più comune dei cognomi italiani, quello che meglio può rappresentare il tipico lobotomizzato dal Cavaliere e dalle sue televisioni. E, a guardarmi bene, non ho nemmeno le occhiaie di Michele Serra, che fanno tanto “pensatore sofferente” e che consentono ad un rachitismo intellettuale di affermare che c’è “un potere che nomina le sue favorite nel Palazzo, usando le cariche pubbliche come moneta per ripagare prestazioni private” e che questa “giustapposizione tra stanze del piacere e stanze del potere” è un problema politico, mica morale; ovviamente senza fare alcun nome, com’è nello stile di questo intellettualismo inquisitorio.
Io che non sono la Spinelli, Zagrebelsky o Serra, e per di più sono di destra, ho avuto la fortuna di incontrare la cultura del femminismo e quel “pensiero della differenza” che ha orientato per circa 30 anni il senso del cambiamento della donna nella società occidentale. E questo pensiero, al di là degli stereotipi, è riuscito a porre la questione del femminile all’interno di un essenziale: il “partire da sé”. Questa è la vera conquista delle donne, pur nell’inevitabile compromesso con la complessità del moderno. Le donne lo hanno fatto offrendo a noi uomini, incastrati nella storia, imprigionati nella morale, dominati dall’ossessione bellicosa del “ruolo sociale”, un punto di vista che avrebbe potuto aiutarci anche a dare senso all’unico linguaggio maschile rimasto in vita, quello del potere. Non è un caso che, in questi giorni di trionfanti mobilitazioni, sia stato proprio il femminismo storico (da Luisa Muraro a Ida Dominjanni), a manifestare un forte mal di pancia sull’uso strumentale della donna da parte di donne, per combattere un uomo. Perché quel “io sono indignata” sbandierato in piazza è stato solo il complice dei desiderata delle Spinelli, degli Zagrebelsky e dei Serra piuttosto che la narrazione comune di un desiderio di recupero del proprio corpo dentro il corpo sociale. Perché il “partire da sé” può essere negato in tanti modi. E forse la sinistra politica lo ha negato in questi ultimi anni più della destra.
Facciamo un esempio: il Partito Democratico, in questa legislatura si è caratterizzato come il partito delle vedove e delle orfane (ovviamente di padre). La signora Calipari, la signora D’Antona, la signora Coscioni, la signora Fortugno, la signora Rossa. Per non parlare di quelle delle precedenti legislature come Haidi Giuliani, fatta entrare in Senato solo in qualità di madre di Carlo Giuliani (in quel caso nelle file di Rifondazione). La giovane Marianna Madia, candidata capolista nel Lazio da Veltroni, in un’intervista al Corriere della Sera dichiarò che l’allora leader del Pd l’aveva conosciuta al funerale del papà, amico di Veltroni e consigliere comunale a Roma; e che era rimasto colpito dal discorso che lei aveva pronunciato e di cui lei non si ricordava neanche. E’ politica selezionare la propria classe dirigente femminile ai funerali? Forse sì, esattamente come lo è selezionarla al Billionaire. Ma non è questo il punto.
Per le donne, il discrimine dovrebbe essere un altro: tra quelle che il proprio ruolo lo cercano e lo trovano da sole “partendo da sé”, e quelle che invece lo trovano dentro il cono d’ombra di un uomo (vivo o morto che sia, padre, marito, amante, figlio). Tra quelle che si usano misurando se stesse e quelle che decidono di usare ciò che un uomo può mettere a loro disposizione (che sia il suo sesso, il suo denaro, il suo nome o il suo potere, poco importa). Tra quelle che “partono da sé” e quelle che “partono da lui”, e a lui rimangono. Il resto è intellettualismo fumato, piccolo moralismo da fine pensiero oppure, peggio ancora, solo un impreciso calcolo politico, che saranno ovviamente le donne a pagare.

 © Il Tempo, 15 Febbraio 2011