Su una cosa Gianfranco Fini c’aveva visto giusto: quando a Bastia Umbra, con grande realismo, disse che Fli non sarebbe stata “una zattera pronta a raccogliere i naufraghi del Pdl”. Infatti. Futuro e Libertà sta colando a picco senza neanche il tempo di mettere in mare le scialuppe di salvataggio; e gli unici naufraghi sono proprio quelli di Fli. Gli ultimi in ordine di zattera sono quello che a Bastia Umbra piangeva di più (Luca Barbareschi) e quello che chiese a Fini di essere “come Mosè” e portare Fli “fuori dalle acque” (Luca Bellotti). Ora, se Fini sta mandando tutto a fondo, la colpa sarà sicuramente dei “potenti mezzi economici e finanziari” del Presidente del Consiglio o dello stalking subito dal povero Bocchino e dalla di lui signora. Ma forse il fatto che, giorno dopo giorno, Fli stia riducendosi da partito politico a circolo di bridge, merita qualche osservazione più approfondita. Un aspetto su cui riflettere è la fallimentare strategia di relazione con i media che Fini e i suoi hanno messo in piedi.
La politica è, innanzitutto, lo spazio dell’apparire (e solo di conseguenza della relazione e quindi del conflitto). Il sociologo Manuel Castells, uno dei più influenti pensatori contemporanei, ha affermato che “i media non sono semplicemente il Quarto Potere. Sono lo spazio dove si costruisce il potere”. Questo significa che, se da una parte la neutralità dei media nella competizione politica è una favola utile per la retorica sulla “libera informazione”, dall’altro qualsiasi soggetto politico deve saper costruire (stante la sua natura e il suo progetto) un rapporto con il mainstream mediatico che sia funzionale ai propri interessi e che non si limiti solo a subirne gli effetti.
Nell’ultimo anno, abbiamo assistito ad una sovraesposizione mediatica della galassia finiana (Fare Futuro prima, Generazione Italia e Futuro e Libertà poi) eccessiva rispetto al peso specifico che questa aveva sia in termini politici, che d’incisività nel dibattito delle idee. Sovraesposizione alimentata dal circuito dei media antiberlusconiani. Se il Corriere della Sera e Repubblica riportavano in maniera sistematica idee e opinioni di un giornale come il Secolo d’Italia, ormai ridotto a foglio semiclandestino per copie vendute e abbonamenti, o Santoro decideva di avere come ospiti fissi Bocchino e Granata, non era certo per la profondità dei loro contenuti, quanto per la funzione strumentale che essi svolgevano.
Lo stesso antiberlusconismo dei finiani, in origine interno alla dimensione della politica e della mediazione, è divenuto ossessivo e irrazionale, molto prima della cacciata di Fini dal Pdl. Come spesso succede all’interno di quel consumo di identità che i media producono, la classe dirigente di Futuro e Libertà ha optato per una dimensione superficiale, appaltando la propria linea politica ai media ostili al centrodestra in cambio di una visibilità che accorciasse i tempi di sviluppo del progetto. Ma politica e media hanno tempi diversi; e questo, gli uomini di Fini non l’hanno capito. Futuro e Libertà è divenuto quindi un movimento politico costruito interamente dai media. E infatti, nel momento in cui la spallata parlamentare a Berlusconi è fallita, i finiani sono stati sconfitti e la loro funzione si è esaurita, il grande circo mediatico ha spento i riflettori su di loro facendo calare un buio che ha relegato all’angolo il movimento nascente. Quello di Fini, dei suoi strateghi da Risiko è un esempio da manuale di come sbagliare l’intreccio tra politica e media.
La storia probabilmente finisce qui. Il risultato è che oggi Futuro e Libertà rischia di battere un record poco invidiabile: quello di essere il primo partito politico della storia repubblicana a scomparire senza aver partecipato neanche ad un’elezione: l’unico, vero ed originale “partito di plastica”.
 
© Il Tempo 28 Febbraio 2011, pubblicato con il titolo “Il record dei naufraghi di Fini”
Immagine: Craking Art Group, May day May day, 2009