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All’indomani del colpo di stato che, nel 1964, eliminò Krusciov dalla guida dell’Unione Sovietica, un alto dirigente della Cia, per spiegare il perché l’Agenzia di intelligence americana non avesse previsto nulla di tutto ciò, disse che in realtà era stato consultato il maggiore “sovietologo” del mondo, tale Nikita Krusciov, e che anche lui era rimasto sorpreso dagli eventi. L’aneddoto, raccontato sul Weekly Standard da Gary J. Schmitt, esperto americano di questioni strategiche, spiega molto chiaramente i limiti operativi e funzionali dei servizi di intelligence e la loro incapacità nel prevedere eventi e accelerazioni come quelle a cui stiamo assistendo in questi giorni.
Infatti, puntuale negli Stati Uniti, si è riaccesa la polemica nei confronti della Cia, accusata di non aver neanche scorto il sorgere delle rivolte arabe in Tunisia, Egitto e Libia. Il disappunto dello stesso Presidente Obama è stato confermato da James Clapper, direttore della National Intelligence Agency, che ha rivelato come la Casa Bianca si sia trovata spiazzata dalla velocità di sviluppo degli avvenimenti nordafricani. In realtà, se dovessimo giudicare la questione solo in termini politici, dovremmo concludere che, negli ultimi trent’anni, la Cia ha raccolto una lunga serie di errori di valutazione o giudizi superficiali su avvenimenti che poi hanno avuto influssi epocali nella storia: dalla rivoluzione iraniana del 1979, fino ai recenti esperimenti nucleari indiani, passando per l’11 settembre e per il famoso report sulle armi chimiche di Saddam che giustificò l’intervento militare americano in Iraq.
John Diamond, studioso di strategia ed autore di “The Cia and the culture of failure”, afferma che le cosiddette “sorprese strategiche”, quelle che generano il più pesante effetto mediatico, non mostrano in realtà un record così fallimentare per la Cia; episodi come Pearl Harbour o l’invasione sovietica in Afghanistan o l’11 settembre possono essere immaginati all’interno di un contesto, ma non sono prevedibili nei tempi. Al contrario, i veri flop della Cia sono state le cosiddette “analisi strategiche a lungo raggio”, come il crollo dell’impero sovietico o il già citato rapporto sulle armi chimiche di Saddam, che hanno generato valutazioni completamente errate, tanto più gravi in quanto riguardanti paesi che erano fortemente controllati dai servizi segreti.
La sensazione è che le attività di intelligence riescano sempre meno a cogliere i processi di trasformazione che attraversano le società e la velocità con cui questi avvengono. I media, internet e le reti interattive globali di comunicazione, se da una parte rendono il mondo uno spazio più ristretto, dall’altro diversificano e frammentano i tessuti sociali rendendo incomprensibili e a volte invisibili trasformazioni che si colgono solo quando esplodono in maniera dirompente; e controllare tutto questo è, per ora, impossibile. A chi ha rimproverato alla Cia di non aver monitorato a sufficienza il mondo della rete, dei blog e dei social network, per accorgersi di cosa stava accadendo in nord Africa, il Direttore Leon Panetta ha risposto che controllare una massa di dati composta da oltre 660 milioni di account su Facebook, 190 milioni su Twitter e 35 mila ore di video su You Tube, nelle più svariate lingue del mondo, è cosa ardua anche per il più grande servizio di intelligence del mondo.
Ma ciò non toglie che il problema di approccio, da parte della Cia, rimanga. Nel 1979 gli Stati Uniti non furono colti del tutto di sorpresa dalla rivoluzione iraniana; la Casa Bianca sbagliò a ritenere ancora possibile l’avvio delle riforme democratiche promesse dallo scià e a sopravvalutare la sua macchina repressiva, ma, in fondo, se l’aspettava. In realtà ciò di cui l’America non s’accorse, per una sorta di deformazione ideologica, fu la potenza dell’elemento religioso che consentì all’ayatollah Khomeini di cambiare la storia e che gli osservatori americani pensavano fosse un anacronismo. Le rivolte arabe di questi giorni hanno elementi d’imprevedibilità maggiori, ma uguale è stata la sostanziale incapacità dei servizi di intelligence di analizzare gli aspetti culturali e sociali che ne stanno alla base.
La realtà è che, come dice Schmitt, non si possono prevedere gli eventi. Al massimo si possono orientare una volta scoppiati. E forse è così: chi avrebbe potuto immaginare che il sacrificio di un giovane fruttivendolo di una città tunisina avrebbe messo in moto una rivolta che sta cambiando il volto del Medio Oriente?

© Il Tempo 3 Marzo 2011