Shahbaz Bhatti era il Ministro per le Minoranze Religiose del Pakistan e aveva 42 anni. Il 2 marzo è stato ucciso a Islamabad con 35 colpi di arma da fuoco, mentre si recava al suo ministero in auto. Una grandinata di morte sopra un uomo disarmato e senza scorta, accompagnato solo dal suo autista. Bhatti era impegnato in difesa dei cristiani in un paese in cui la forza e la violenza dell’integralismo islamico assumono sempre più i connotati di una vera e propria caccia all’uomo. Shahbaz Bhatti era cattolico.
Fin qui la cronaca di un episodio come tanti che i media ci inviano da quelle regioni con una continuità che ormai ha il sapore dell’indifferenza; come una sorta rumore di fondo di una realtà che facciamo fatica a comprendere perché incomprensibile secondo i nostri criteri, e che scorre con la velocità del nulla nel fiume di informazioni, immagini e notizie che attraversano il nostro quotidiano. Eppure la morte di Bhatti ci colpisce non solo per le solite considerazioni morali e politiche con cui spesso sono giudicati questi avvenimenti in Occidente. E nemmeno perché Benedetto XVI, nell’Angelus di domenica, ha pregato “affinché il suo commovente sacrificio” svegli le coscienze degli uomini, o perché il Ministro Frattini ha deciso onorarlo con una gigantografia che campeggia sulla facciata della Farnesina. No. C’è qualcosa di rimosso nel cuore dell’Occidente, che la morte di quest’uomo riporta alla luce; e questo qualcosa non coinvolge solo i cristiani sempre più inerti di fronte alla violenza che li sta investendo.
Sul suo sito,
la BBC ha pubblicato un video della durata di un minuto, registrato quattro mesi fa. Bhatti, seduto davanti ad una camera fissa, consegna al tempo e a questa implacabile memoria digitale la consapevolezza della sua morte; poche parole, quasi come una voce clandestina. Un video asciutto e scarno, nel quale dipinge il quadro di un paese dilaniato dall’odio. Dice che “le forze della violenza, i talebani e i terroristi di Al Qaeda, vogliono imporrre la loro filosofia radicale in Pakistan”. Spiega che sta conducendo “una battaglia contro le leggi della sharia per l’abolizione della blasfemia, parlando per i cristiani oppressi, perseguitati e uccisi”. Dice cose che in fondo sappiamo di sapere anche noi, chiusi dentro giustificanti sensi di colpa. Eppoi, come un pugno allo stomaco, afferma: “io credo in Gesù Cristo, che ha dato la sua vita per tutti noi. Conosco il significato della croce e sto seguendo la croce. Per essa sono pronto a morire”. Non c’è frase più fuori dal tempo di questa, e insieme più dentro la nostra memoria. Una sveglia alle coscienze sonnecchianti di un Occidente che non crede più in nulla. Le parole di Bhatti solcano due millenni di storia d’Europa e di uomini e donne che le hanno già esclamate con incoscienza, urlate con coraggio o piante disperatamente per la paura di fronte ai loro carnefici.
Nella navata destra della Cattedrale di Otranto, gioiello romanico e simbolico del cristianesimo, sono conservati i teschi degli 800 martiri beatificati dalla Chiesa; furono decapitati dopo la conquista della città da parte dei turchi il 14 agosto 1480. Furono trascinati sul colle di Minerva e, ad uno alla volta, fu chiesto di abiurare la fede cristiana e convertirsi all’Islam; uno alla volta rifiutarono; uno alla volta furono decapitati. Gli uni davanti agli altri. E forse uno alla volta, con orgoglio, terrore, disperazione, pronunciarono la stessa frase di Bhatti: “io credo in Gesù Cristo”. La Chiesa di Roma continua a reggersi sulla solennità dei propri martiri. In questo sembra sola ma non lo è. La morte di Dio che l’Occidente ha decretato segna l’orizzonte di un tempo piegato su se stesso. Eppure Dio non è morto. Solo l’Europa lo ha eclissato dal suo orizzonte. Nel resto del mondo Dio c’è e nel suo nome si uccide e si muore, si prega e si maledice: nel suo nome si svela il disincanto di Bhatti e la violenza dei suoi assassini. Il filosofo cattolico Jean Guitton ha detto che “la parola di Dio non è mai vincolata. Se ci si allontana da essa in un punto, va a seminarsi altrove”. Lontano dall’Europa il cristianesimo conserva intatto il suo messaggio universale; perché se uccidere in nome di un Dio che reclama vendetta è un’offesa verso l’uomo, accettare di morire nel nome di un Dio che è amore, ha un significato anche per chi non crede più in nulla.
© Il Tempo, 9 Marzo 2011

Immagine: Camilian Demetrescu, Morte bacio di Dio, 1996