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Le hanno chiamate “rivoluzioni senza padri”, quelle che stanno sconvolgendo Tunisia, Egitto, mutando il volto del nord Africa e lo scenario internazionale. In realtà, più che senza padri, sono “rivoluzioni dei troppi figli”, e non solo per un richiamo evocativo all’imprevedibilità degli eventi, ma per la dinamica demografica che ha avviato i processi e sottoposto le analisi geopolitiche ad uno stress di valutazioni spesso sbagliate. Ciò che sta succedendo in quella parte del mondo, è spiegato da una teoria ormai alla base delle analisi dei servizi d’Intelligence di molti paesi e delle valutazioni macroeconomiche delle organizzazioni internazionali. Si chiama, “youth bulge” letteralmente “rigonfiamento della fascia giovanile” della piramide dell’età. Elaborata alla metà degli anni ’90 dal sociologo tedesco Gunnar Heinsohn, la teoria ha conquistato grande importanza da quando studiosi come Fuller l’hanno resa funzionale alla politica estera del governo americano. In sintesi, la teoria afferma che c’è sempre una stretta correlazione tra la rapida crescita di popolazione giovanile e lo scoppio di rivolte, guerre e terrorismo. Secondo Heinsohn, lo “youth bulge” si sviluppa quando, in una nazione, la fascia d’età compresa tra i 15 e i 29 anni supera il 20 per cento della popolazione. A quel punto, l’eccedenza di figli maschi genera frustrazione sociale, dato che solo la metà di loro potrà aspirare a ruoli all’interno della collettività; gli altri saranno costretti a emigrare o a conquistarsi una posizione con la violenza. Il conflitto non si origina quindi per motivi economici o politici, perché “chi cerca da mangiare mendica, chi aspira a una posizione sociale spara”; ed è su questa frustrazione sociale di masse giovanili incontrollabili che si innestano ideologie, integralismi religiosi e nazionalismi a legittimare comportamenti violenti e aggressivi che trovano poi sbocco nel terrorismo, nelle rivolte interne o nelle guerre. In questo contesto, tanto più le istituzioni politiche sono deboli o corrotte, tanto più sono vulnerabili all’esplodere incontrollato dello “youth bulge”. In realtà esso è causa necessaria ma non sufficiente per spiegare l’esplodere di conflitti e rivolte in un Paese; a questo vanno aggiunte valutazioni economiche, politiche e culturali complesse, come il livello di istruzione medio, la trasformazione del mercato del lavoro, i processi di urbanizzazione e di modifica dei settori produttivi, la funzione dei media, l’evoluzione dei modelli familiari, il ruolo delle forme religiose. Ma è indubbio che lo “youth bulge” è il punto di partenza dal quale individuare una potenziale area di crisi.
Il caso Tunisia è emblematico: in questo paese, nel decennio 1986-1995, si è avuto un boom demografico che ha portato oggi la fascia di età giovanile (15-29 anni) a superare il 33% della popolazione politicamente attiva. Fu questo a spingere la Cia, fin dai tempi dell’amministrazione Bush, a monitorare questo paese come potenzialmente critico. Eppure, come ha sottolineato Jack Goldstone, Direttore del Global Policy Center e massimo esperto di sicurezza e politica internazionale, gli analisti hanno continuato a ritenere che la forte crescita economica della Tunisia (+ 5% annuo) potesse essere un argine al rischio di esplosione di rivolte. Non è andata così, perché la natura corrotta e repressiva del regime di Ben Alì ha portato a consumare quasi la metà della ricchezza del paese all’interno di una strettissima oligarchia di potere che ha lasciato il resto della popolazione fuori dallo sviluppo economico, aprendo la strada ad una frustrazione sociale che i giovani hanno trasformato in rivolta.

Sul Time, Faared Zakaria ha ricordato come dal 1970 al 2007, l’80% dei conflitti nel mondo sono scoppiati in paesi in cui il 60% della popolazione aveva meno di 30 anni. Recentemente il Pai (Population Action International) ha classificato come “molto giovani” 67 paesi, nei quali due terzi della popolazione ha meno di 30 anni. Di questi, 60 stanno conoscendo rivolte sociali, violenza e terrorismo (tra questi l’Afghanistan, il Pakistan, la Nigeria, l’Iran, la striscia di Gaza). Quasi tutti sono paesi islamici.
Lo “youth bulge” ha ovviamente un andamento ciclico e diversi fattori possono determinare un calo demografico che in genere accompagna la stabilizzazione sociale, com’è accaduto in Europa o nel Sud America degli anni ‘80 (sviluppo della democrazia, crescita economica, processi di secolarizzazione). E così avverrà anche per il mondo islamico e l’Africa subsahariana, che nell’ultimo secolo hanno decuplicato la loro popolazione. Prevede Heinshon che intorno al 2025 lo “youth bulge” di queste aree si sgonfierà. Fino a quel momento però, per i prossimi 15 anni, i 300 milioni di giovani musulmani maschi che oggi hanno meno di 20 anni, saranno un forza dirompente, “un potenziale di violenza per i loro paesi, ma anche per il resto del mondo”. L’Europa è avvertita.

© Il Tempo, 17 Marzo 2011