Quando, all’inizio della crisi libica, il presidente Obama ha dichiarato che gli Stati Uniti non avrebbero mai inviato truppe di terra per abbattere il regime di Gheddafi, furono non pochi coloro che al Pentagono si misero le mani nei capelli e scossero sconsolati la testa. Una delle regole fondamentali della strategia militare dice infatti che la minaccia di intensificazione del conflitto da parte di chi ha forza superiore, può condurre ad una stabilizzazione; questo perché la minaccia è un elemento di deterrenza capace di limitare l’espandersi del conflitto stesso. Per questo, le dichiarazioni di Obama hanno rafforzato psicologicamente Gheddafi più di quanto lo abbiano indebolito militarmente i bombardamenti della Nato.
Obama non è riuscito a risolvere la contraddizione di fondo della sua dottrina.
Il richiamo costante al ruolo delle Nazioni Unite e la retorica multipolare hanno generato un cortocircuito tra i mezzi consentiti dall’Onu e gli obiettivi politici dichiarati
(in primis la rimozione del regime di Gheddafi); la ormai nota Risoluzione 1973, rivendicata come una propria vittoria diplomatica, ha creato fin dall’inizio forti problemi nella gestione della crisi libica, tanto che su Foreign Policy, analisti come John Yoo e Robert Delahunty l’hanno definita una vera e propria “camicia di forza alle scelte militari e politiche degli Stati Uniti”. La Risoluzione, ricordiamolo, non autorizza ad abbattere il regime di Gheddafi né ad addestrare ed armare i ribelli, tanto che, come scrive oggi il Guardian, i britannici stanno pensando di assoldare loro stessi truppe mercenarie o compagnie di sicurezza private da affiancare agli insorti; la Risoluzione, inoltre, non autorizza il sequestro delle aree petrolifere vitali per l’economia mondiale, che di fatto potrebbero essere danneggiate da Gheddafi come provò a fare Saddam in Kuwait, né la distruzione degli arsenali chimici del colonnello, tranne che nel caso di loro utilizzo. Addirittura la risoluzione sembra affermare l’obbligo della coalizione ad intervenire contro i ribelli stessi nel caso siano loro a colpire la popolazione civile. Come potesse una Risoluzione del genere consentire di realizzare gli obiettivi politici prefissati (cioè la caduta di Gheddafi), neanche Obama ha mai potuto spiegarlo. E infatti oggi, la decisione di defilarsi dalle operazioni libiche, limitandosi ad un’azione di appoggio e lasciando di fatto il comando operativo a Gran Bretagna e Francia appare come una frettolosa risposta a una paura che si stava diffondendo in America: e cioè che la “periferica” Libia creasse un’impasse militare e strategica di lunga durata, capace di distogliere risorse e impegno dalle crisi che stanno affacciandosi nei Paesi del Golfo Persico, quelli sì, centrali per gli interessi strategici americani. Sul Washginton Post, la giornalista Tara Bahrampour, in un reportage da Bengasi, ha descritto come le stesse forze degli insorti libici stiano ormai organizzandosi economicamente e socialmente all’idea della divisione in due stati, abbandonando l’ipotesi del regime change perseguita fin dall’inizio dal Presidente americano e da Hillary Clinton e tuttora ribadito a parole. Nel primo, vero banco di prova della sua politica estera, l’amministrazione americana non sembra essersela cavata molto bene. La sensazione è che la famosa “dottrina Obama” nessuno sappia veramente cosa sia, forse neppure Obama.
Kathleen McFarland è stata l’assistente dell’ex Segretario della Difesa Weinberger; fu lei a scrivere, nel 1984, il famoso “Discorso sui Principi di guerra” che divenne la base della dottrina Reagan del contenimento. Ironizzando sulla concezione limitata di Obama (missioni limitate, uso della forza limitato, ruolo nelle coalizioni limitato)
ha avvertito l’America del rischio di affrontare la politica estera con improvvisazione citando una fondamentale verità che vale per la vita degli uomini così come per quella delle nazioni: “se tu non sai dove devi andare prima di partire, non saprai mai dove sei arrivato”. Forse questo è il vero problema di Obama.

Il Tempo, 9 Aprile 2011
Immagine: Rob Amberg, Mars Hill College